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mercoledì 11 luglio 2007

Articolo del 2000 sulle privatizzazioni

Le nuove privatizzazioni

IL CASO ITALIANO
Franco Giordano
L'ultimo decennio ha visto un imponente processo di privatizzazioni che in pochi anni (dal 1993) ha spinto l'Italia in cima alla classifica dei paesi industrializzati per volume di risorse finanziarie ricavate dalle privatizzazioni ed entrate nella casse dello Stato al fine pressoché esclusivo di ripiano del debito pubblico. Duecentomila 1 miliardi incassati che fanno impallidire persino la Gran Bretagna della signora Thatcher, ferma a un quarto circa di quella cifra. Recentemente uno studio di Mediobanca ci offre persino una insospettabile, ma eloquente, nota a margine dell'intero processo: per realizzare il massiccio piano di cessioni "i soggetti pubblici si sono avvalsi di numerosi intermediari (consulenti, valutatori, collocatori, operatori, pubblicitari) ai quali sono stati erogati compensi pari, mediamente, al 3% dei controvalori lordi", vale a dire 5.600 miliardi.
Non ho qui lo spazio per analizzare l'impatto, per certi versi drammatico, che le privatizzazioni di importanti e strategici settori del nostro apparato produttivo hanno provocato sul versante occupazionale e sulla perdita strutturale di competitività dell'industria e della ricerca italiana. Si attendono inoltre studi analitici che traggano un bilancio veritiero della nuova morfologia dei poteri che questo processo ha determinato negli assetti economici e del rapporto nuovo con settori del sistema politico italiano.
Quello che è avvenuto in questi anni potrebbe tuttavia risultare persino di minore impatto rispetto a ciò che può andare ora in porto con la cosiddetta 'riforma' dei servizi pubblici locali. Si tratta di un Disegno di legge già approvato dal Senato e attualmente all'esame della commissione Affari costituzionali 2 della Camera, che prevede, in buona sostanza, l'obbligo di privatizzare servizi pubblici locali di rilevanza industriale (acqua, gas, energia, rifiuti, trasporti).
Il giornale della Confindustria, "Il Sole 24 ore", qualche tempo fa ha definito questo progetto di legge "la riforma più importante della legislatura". E c'è da credergli. Si tratta di una 'riforma' che potrebbe attivare privatizzazioni per 150.000 miliardi e coinvolgere circa 1000 imprese per complessivi 150.000 addetti e 20.000 miliardi di fatturato 3. La grossa partita, come vedremo non soltanto economica, sembra finora rimasta confinata nei convegni di esperti convocati dalle organizzazioni imprenditoriali, o nelle aule del Parlamento. La dimensione apparentemente tecnica della materia tende a escludere ogni forma di critica sociale e politica. E i contrasti, trasversali tra centro-destra e centro-sinistra, vertono più su elementi interni alle logiche aziendali e agli interessi attivati che sulle enormi conseguenze sociali e istituzionali del provvedimento.
Questa impermeabilità del processo decisionale al controllo e alla critica è stata politicamente interrotta quando, alla recente Assemblea nazionale dell'Anci (Associazione nazionale dei comuni d'Italia) la delegazione del Partito della rifondazione comunista ha promosso una mozione, poi firmata da circa cento sindaci o amministratori di altrettante città, di diverse aree politiche, che chiedeva una radicale modifica di questo provvedimento.
È indispensabile chiarire che - oltre che per le imponenti dimensioni economiche - queste privatizzazioni meritano un'attenzione speciale per i loro effetti sistemici: non soltanto sul tessuto produttivo (i servizi costituiscono un'importante variabile esterna dei bilanci aziendali in quasi tutti i settori), ma anche, e ancor più, sull'insieme delle condizioni di vita dei cittadini e delle comunità, sulle relazioni sociali, sul tessuto democratico delle autonomie. E si tratta, come si può immaginare, di effetti, talora devastanti, sulla qualità dei servizi prestati, sulla universalità degli accessi, sulle disparità territoriali nell'offerta, sulla qualità del lavoro degli addetti.
Ma conviene procedere con ordine. Il contesto culturale, meglio: la categoria, entro la quale matura questa privatizzazione è quella della 'sussidiarietà' , che non a caso torna d'attualità dopo i fasti della Bicamerale. Ritorna nella modifica dell'Art. 118 della Costituzione, approvata in prima lettura alla Camera nel testo sul cosiddetto 'federalismo'. Ritorna esplicitamente quando si afferma che "Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà". Viene così messo in questione l'Art. 3 della Costituzione, e l'introduzione del mercato e del profitto in attività che rispondono a bisogni sociali diffusi, altera l'eguaglianza e la rende formale. Così, i due provvedimenti combinati prefigurano le condizioni di costruzione di uno Stato sociale minimo. È il modello americano che dilaga sia in campo costituzionale che in quello economico-sociale.
Del resto, che di una scelta determinata da motivazioni ideologiche si tratti è ampiamente dimostrato dalla debolezza delle motivazioni economiche chiamate a sorreggere il provvedimento. Infatti, l'obbligo alla vendita non solo introduce un metro di valutazione indistintamente negativo per tutte le aziende pubbliche, ma altera le stesse regole del mercato deprezzando immediatamente il patrimonio. Inoltre la decisione di vendere viene sottratta ai comuni medesimi.
Sotto l'alibi della 'modernizzazione' si velano aspetti inquietanti: la privatizzazione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, che numerose inchieste giudiziarie sull'ecomafia hanno già segnalato come terreno di pesante infiltrazione della criminalità organizzata le consegnerebbe la possibilità di occupare quote di mercato nella spartizione di un gigantesco business che comprende settori, dall'acqua al gas, dai trasporti all'energia, che hanno una grande importanza 'civile' e toccano la quasi totalità della popolazione italiana.
Poiché è chiaro che le aziende private entrerebbero in questi servizi - molti dei quali sono legittimamente gravati da costi sociali - per realizzarvi profitti, da dove si pensa che esse ricaverebbero le loro plusvalenze se non dalla bassa qualità delle prestazioni o dalla manipolazione delle tariffe (con buona pace delle sciocchezze che si diffondono sulle meraviglie della concorrenza in materia), o dalla riduzione del costo del lavoro? Non si tratta di un pregiudizio. L'esperienza finora accumulata nelle 'esternalizzazioni' di servizi da parte di molti comuni dimostra che la leva del contenimento dei costi viene manovrata prevalentemente sul costo del lavoro. È lecito pensare che le aziende candidate ad assumere i servizi privatizzati non aspettino altro. Si andrebbe dunque a un'ulteriore sostituzione di lavoro stabile, e a volte anche qualificato, con lavoro precario e privo di tutele. Le inevitabili diseguaglianze territoriali nell'offerta renderebbero infine incolmabile un divario 'di civiltà'.
Come si vede, si tratta di un mutamento strutturale delle condizioni di vita di larghissimi strati di popolazione, del potere e dell'autorevolezza sociale della democrazia delle autonomie. Contrastare questo processo è auspicabile e, viste le difficoltà di questa fase terminale della legislatura, possibile. Il cosiddetto 'federalismo', con il suo corredo di 'sussidiarietà', è alla prima delle quattro tornate parlamentari, e l'avvio della nuova legge finanziaria tiene lontano dall'aula il provvedimento di privatizzazione dei servizi.
Ma non saranno certamente schermaglie e tattiche parlamentari a impedire questo degrado. Esse potranno tornare utili se questi temi saranno sottratti alla separatezza 'tecnica' che li ha accompagnati finora nel loro cammino. Se daranno alimento a vertenze territoriali, se diventeranno lotte sociali che vedano protagonisti i lavoratori in via di privatizzazione e i loro enti locali. Se saranno materia di trattative programmatiche per il rinnovo degli enti locali. Se non si potrà far valere almeno la qualità, i prezzi, la trasparenza e la missione sociale dei servizi pubblici, che cosa farà la differenza di un'amministrazione? In che cosa si distinguerà il suo essere democratica e di sinistra?
È anche dall'esito di questa battaglia che dipenderà la sorte del processo di 'aziendalizzazione' della politica nel nostro paese.
Franco Giordano è capogruppo alla Camera dei deputati per il Partito della rifondazione comunista

Privatizzazioni. 1994-2003

PIU' POVERI MA BRUTTI
Sergio Ferrari Roberto Romano

Premessa

Dopo quasi due decenni di intense esperienze di privatizzazione a livello mondiale, a cui l'Italia ha partecipato da protagonista, è possibile fare un primo bilancio. Un bilancio necessario se la sinistra vuole evitare gli errori compiuti nella passata legislatura. Errori teorici-tecnici quando si sono liberalizzate e privatizzate 1 società che nei fatti hanno un monopolio tecnico, cioè attività produttive che la teoria economica del Benessere (liberale) assegna al pubblico. Si pensi all'energia, al trasporto su ferro.
Esempi `concreti' non mancano, senza scomodare la `tecnica economica'. L'esempio più noto è quello disastroso delle ferrovie britanniche che, divisa la rete dal materiale rotabile e affidate a proprietà e gestioni separate, sembrano raggiungere ogni giorno nuovi primati di inefficienza, prezzi esorbitanti ed eclatanti disastri, con rilevanti perdite di vite umane. La società che gestisce la rete è addirittura fallita e ha dovuto essere salvata da un nuovo intervento pubblico. Un'altra testimonianza negativa, anche se non altrettanto disastrosa, è fornita dalla produzione e distribuzione dell'energia elettrica, sempre in Gran Bretagna. Il paese ha conosciuto persino dei black outs, e numerosi brown outs a, impensabili ai tempi del British Electricity Board. Un caso altrettanto noto è quello della produzione e distribuzione di energia elettrica in California, reso più clamoroso dal fallimento della Enron, la maggiore organizzatrice del mercato spot e future b di energia elettrica del mondo.
Inoltre, le privatizzazioni in Italia hanno ulteriormente indebolito il sistema economico nazionale. Infatti, all'imprenditoria privata non è sembrato vero - attraverso le privatizzazioni di reti pubbliche e servizi - di avere-creare occasioni di attività, in massima parte svolte al riparo della concorrenza dei paesi emergenti di maggior successo. Le stesse banche d'affari hanno intravisto da subito i guadagni potenziali, che avrebbero potuto realizzare con le privatizzazioni, diventando parte indispensabile del meccanismo. Non a caso se ne fecero paladine entusiaste e autorevoli, talvolta addirittura minacciose nei confronti di Stati recalcitranti o anche solo esitanti a imboccare la strada delle dismissioni. Ma in Italia si è fatto qualcosa di più: ai cittadini, oltre alla possibilità di una tregua fiscale, fu fatta altresì balenare la possibilità che con le privatizzazioni e una più energica concorrenza in questi settori sarebbero aumentate le opzioni di scelta assieme a una riduzione dei prezzi dei servizi.
Oggi, dopo 10 anni di privatizzazioni, siamo tutti più poveri e con minori strumenti per `aggredire' i vincoli del paese. Da quella storia non si salva proprio nessuno.


Dimensione delle privatizzazioni

La Relazione sulle privatizzazionic del ministero dell'Economia e delle finanze del luglio 2004 ha fotografato lo stato dell'arte delle privatizzazioni in Italia e come queste hanno contribuito in misura significativa alla riduzione del peso economico pubblico nel consesso internazionale. L'Italia si colloca al secondo posto, tra i paesi di area Ocse, per valore di introiti, e al primo a livello europeo, nella cessione ai privati delle imprese pubbliche. Dal 1994 al 31 dicembre 2003 lo Stato ha ceduto quote di proprietà pubblica per un ammontare di quasi 90 miliardi di euro. Inoltre, se all'inizio della legislatura l'attuale compagine governativa aveva una certa difficoltà a mettere all'ordine del giorno la cessione di ulteriori attività pubbliche, con il 2003 il paese `riconquista' un ruolo di rilievo a livello internazionale. Infatti, l'Italia rappresenta il 34% delle privatizzazioni mondiali nel 2003, cioè molto al di sopra dei picchi, già alti, del 1997 (14%), 1999 (15%) e del 2001 (15%).
Nonostante il 2003 sia stato un anno significativamente `modesto' per le privatizzazioni mondiali, soprattutto se comparate al periodo 1996-2000; nonostante la modesta crescita economica e la profonda crisi della `governance finanziaria' delle imprese nazionali; nonostante una sostanziale `stagnazione' degli scambi mobiliari; il governo di centro-destra è riuscito a realizzare operazioni per un controvalore di 16.600.300.500,00 euro (Vedi Grafico 1)

È soprattutto la cessione di alcune società ed enti a segnare l'orizzonte della presenza pubblica in economia. In particolare la cessione alla Cdp (Cassa depositi e prestiti) di una quota del 10,35% del capitale dell'Enel, di un pacchetto pari al 10% del capitale Eni e del 35% del capitale di Poste italiane, che fa il paio con la vendita del 30% del capitale sociale della Cdp (1.050 milioni di euro) a favore di 65 Fondazioni bancarie (Monte dei Paschi, San Paolo, Cr Province lombarde, Crt, ecc.) 2. Altre operazioni di un certo rilievo sono quelle legate alla vendita dell'Ente tabacchi italiani (100% del capitale), la vendita del 6,6% del capitale sociale dell'Enel verso la fine del 2003 e, come già detto, la `cessione' parziale della Cdp.
Sostanzialmente si è modificata la `cartina' delle partecipazioni pubbliche: 62,33% Alitalia Spa; 50,63% Enel Spa; 20,32% Eni Spa; 32,30% Finmeccanica Spa. Mentre ci sono ancora partecipazioni significative e/o comunque pari al 100%: Anas Spa (100%); Cdp (70%); Ferrovie dello Stato (100%); Poste Italiane (65%); rai Holding (100%). Ci sono, infine, anche partecipazioni `simboliche', ma non per questo meno importanti: Seat Spa (0,1%) e Telecom Italia Spa (0,1%).
Giusto per chiudere il cerchio dello stato dell'arte delle privatizzazioni, è opportuno richiamare il Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) per il 2005: «Grazie alla manovra di aggiustamento e sviluppo che si intende attuare con la Legge finanziaria, con eventuale provvedimento collegato e con le operazioni di privatizzazione, cessione di crediti e di immobili ed altri attivi per un ammontare complessivo di circa 100 miliardi di euro nel quadriennio 2005-2008, il rapporto debito-Pil è previsto scendere al di sotto del 100% nel 2007». (vedi Figura 1)


Le motivazioni economiche e finanziarie delle privatizzazioni

La valutazione del processo di privatizzazione realizzato dall'Italia deve essere fatta sulla base degli obiettivi che i sostenitori delle dismissioni delle Partecipazioni statali hanno adottato, cioè l'idea di incidere sull'apparato produttivo nazionale, modificando alcune delle sue caratteristiche strutturali.
L'intento del processo di privatizzazione adottato dall'Italia era quello di migliorare l'efficienza delle attività produttive, ridurre le interferenze politiche e dare maggiore spazio alla libera iniziativa. Ciò avrebbe inoltre permesso, attraverso le entrate straordinarie, di ridurre l'indebitamento pubblico mediante l'acquisto e l'annullamento dei titoli pubblici in circolazione.
Sicuramente le dismissioni hanno contribuito a contrarre in parte il debito pubblico, ma alla luce dello stato dell'economia e, soprattutto, del tessuto manifatturiero nazionale 3, lo stesso risultato, probabilmente, poteva essere raggiunto attraverso degli investimenti addizionali, tesi a far crescere la componente ad alta tecnologia realizzata sul territorio nazionale.
Con le privatizzazioni, sostanzialmente, si voleva ridefinire l'intreccio tra finanza e industria al fine di creare le condizioni necessarie per la nascita di filiere produttive originali e una maggiore e più qualificata internazionalizzazione delle imprese nazionali, e per questa via determinare un riposizionamento strategico dell'Italia sul mercato internazionale.
La necessità di avvicinare il tessuto produttivo nazionale alla media delle caratteristiche dei principali paesi industrializzati ed europei, per quanto concerne i cosiddetti players, cioè un rafforzamento e/o nascita di nuovi soggetti industriali, assieme a un miglioramento dell'efficienza del sistema per quanto riguarda i servizi infrastrutturali, era non solo un problema dirimente, ma doveva essere un terreno fertile per la sinistra.


Gli effetti delle politiche adottate

Gli effetti delle privatizzazioni sono di tipo finanziario e tecnologico-produttivo.
Dal lato `produttivo' è bene ricordare che mediamente i costi variabili delle imprese sono condizionati dai servizi erogati dalle Publics Utilityes per una percentuale pari a quasi il 10%, mentre per le famiglie al 9%. Confindustria ha calcolato che per ogni 100 euro di prodotti dell'industria manifatturiera acquistati da imprese e consumatori, attraverso le interdipendenze tra settori, vengono attivati 16 euro per l'utilizzo di servizi di pubblica utilità. Forse in questo modo si spiega l'interesse da parte dei privati per questi settori. Le privatizzazioni di questi settori, comunque, hanno permesso ai nuovi proprietari, per esempio Benetton per la Società autostrade, di precostruire dei vantaggi nei confronti di chiunque volesse entrare in questo `mercato' protetto, cioè avere degli extraprofitti. Altri casi sono legati alle telecomunicazioni fisse. Inoltre, se dal lato occupazionale il passaggio da pubblico a privato non ha prodotto variazioni di rilievo, è altrettanto vero che è aumentata la redditività di queste società, senza che vi fosse un significativo abbassamento dei prezzi dei servizi. Venendo meno nel governo di queste imprese le ragioni politiche e pubbliche, era del tutto logico che i nuovi proprietari favorissero i dividendi a discapito della riduzione dei prezzi o degli investimenti.
Dal lato finanziario, le misure adottate dal paese in materia fiscale all'inizio degli anni '90, per esempio quelle sulla previdenza integrativa o quelle che spingevano verso la nascita di nuovi soggetti giuridici (imprese) per agganciare il capitalismo manageriale di tipo europeo, hanno reso meno appetibili i titoli di Stato e l'interesse collettivo per i servizi universalistici, e per questa via spinto il risparmio delle famiglie verso i fondi di investimento e il mercato obbligazionario e azionario.
I consumi delle famiglie in questi anni non sono diminuiti, in quanto i rendimenti decrescenti dei titoli di Stato sono stati sostituiti da quelli, più alti, dei fondi di investimento. Sono state soprattutto le privatizzazioni, assieme ad altre misure fiscali, a stimolare e orientare il risparmio verso questi nuovi strumenti finanziari, introducendo elementi di azionariato diffuso attraverso una produzione legislativa flessibile sulle privatizzazioni, che teneva conto sia della necessita di preservare un nocciolo duro di governo delle imprese privatizzate, sia della opportunità di coinvolgere i cittadini che `prestavano' il denaro. Non a caso, la produzione legislativa italiana in materia teneva assieme i due principali modelli di riferimento: quello di corporate governance ad azionariato diffuso (inglese) - in cui i piccoli risparmiatori e gli investitori istituzionali svolgono un ruolo fondamentale nel controllo del management - e quello di una struttura societaria fondata sulla individuazione e cooptazione di un gruppo ristretto di azionisti di riferimento (francese), al fine di determinare un nucleo stabile di controllo.
Lo sviluppo di questo paradigma, almeno fino al 2000, non trova nessun ostacolo ed è favorito dalla forte crescita della Borsa in termini di capitalizzazione, in gran parte attribuibile alle ex Partecipazioni statali.
In un certo senso le misure fiscali e politiche adottate hanno intercettato un bisogno vero del paese: sia quello del sistema delle imprese - che aveva bisogno di nuovi e più robusti finanziamenti per acquisire nuove società al fine di `traguardare' una dimensione di scala adeguata per `competere' sul mercato internazionale (non a caso il numero delle azioni e delle imprese in Borsa non ha mutato di molto le proprie caratteristiche e le uniche novità sono interamente attribuibili alle ex Ppss), che la necessità dei risparmiatori di trovare uno sbocco finanziario più redditizio per fare fronte al decrescente rendimento dei titoli di Stato.
L'aspetto più `inquietante' della ri-allocazione del risparmio delle famiglie è legato al listino del mercato della Borsa e agli effetti finanziari. Infatti, i titoli di imprese pubbliche oggetto di Opv (Offerta pubblica di vendita d) hanno rappresentato da prima il 32,5% della capitalizzazione complessiva della Borsa (1992), fino al 51,9% del 2000. Sostanzialmente soltanto attraverso la dismissione delle ex Ppss è stato possibile fare crescere la Borsa. Il sistema privato nazionale ha mancato un'occasione preziosa per trovare un equilibrio superiore in termini di governance e di capacità di strutturare economie di scala adeguate. Infatti, le politiche adottate hanno, nei fatti, indebolito i cosiddetti players deboli e rafforzato quelli che comunque avevano una posizione oligopolistica. Inoltre, la presenza di un azionista forte ha condizionato l'operato delle imprese, soprattutto quando, e quanto più, i diritti di controllo eccedono i diritti di proprietà 4.
Infine l'aver accettato il sistema dell'acquisto del patrimonio pubblico `a credito' - attraverso i prestiti bancari, che venivano successivamente caricati sul bilancio delle imprese acquistate -, la debolezza e l'assenza di requisiti tecnologici da parte degli acquirenti nelle clausole di cessione, la debolezza e la sottovalutazione dei processi economici reali necessari per creare le condizioni di effettiva concorrenza (si pensi ai `monopoli naturali'), l'assenza di una visione di insieme dei processi internazionali in tema di mercato e competitività tecnologica, l'assenza di capacità d'intervento pubblico sugli extraprofitti nel caso delle concessionarie di servizi hanno concorso a un enorme trasferimento della ricchezza del paese, di cui ha beneficiato solo una parte ristrettissima della popolazione, ma con delle pesanti implicazioni economiche e tecnologiche per il paese. Tutti i limiti del capitalismo nazionale sono rimasti intatti e, se possibile, si sono accentuati 5.
L'Italia è ancora `costretta' dalla propria specializzazione produttiva a un tasso di crescita del Pil significativamente più contenuto della media europea, ad importare i beni ad alto valore aggiunto realizzati al di fuori del territorio nazionale e a esportare beni e servizi con bassi tassi di crescita. Inoltre, mentre l'Europa industriale si è integrata attraverso il consolidamento dei beni intermedi e di investimento, l'Italia ha continuato il suo percorso di `meridionalizzazione', specializzandosi nei beni di consumo. Questo processo, nei fatti, si è rafforzato a partire proprio dalle privatizzazioni mal gestite. Se i fini dichiarati erano condivisibili, l'implementazione era, per usare un eufemismo, dicotomica.
Sostanzialmente si è aperta una nuova fase per il capitalismo italiano, efficacemente descritta da Turani, in «Affari e Finanza» del 26 gennaio 2004: «Una volta gli imprenditori, con l'aiuto dei loro commercialisti, passavano le notti a falsificare i propri bilanci al fine di nascondere gli utili al fisco per pagare meno tasse. Adesso il mondo è capovolto. Gli stessi imprenditori passano notti insonni, sempre con i loro commercialisti, a falsificare i bilanci al fine di nascondere le perdite dovute alla cattiva gestione».


La presenza storica dello Stato

La struttura industriale storica dello Stato faceva principalmente capo all'Iri, all'Eni e all'Efim, gestite mediante un sistema di holding, cioè gruppi di società stabilmente collegate tra di loro. Nel 1992 queste società sono state trasformate in società per azioni e in parte dismesse, mentre l'Efim (una specie di Iri realizzato nel dopoguerra, ma per il solo settore manifatturiero e creato per evitare un eccesso di presenza dell'Iri, assieme a motivi di equilibro tra le forze politiche di allora) a causa del suo eccessivo debito è stato soppresso.
Stesso percorso è stato adottato dall'Iri, che dal giugno 2000 ha cessato le proprie attività, anche se per alcune sue ex controllate la presenza dello Stato appare sufficiente per indirizzare e sostenere i settori strategici del paese. Per esempio Finmeccanica.
In particolare il gruppo Iri è stato caratterizzato da una estrema e per certi versi eccessiva diversificazione, allargando oltre modo la propria struttura polisettoriale, rendendo complesse, per usare un eufemismo, l'organizzazione e la gestione della produzione. L'Iri è stato costituito nel 1931 come ente di salvataggio, con il compito di rilevare i pacchetti azionari di alcune grandi imprese in crisi, che in quella fase economica erano detenuti da numerose banche. Ma negli anni cinquanta, pur conservando quella funzione di salvataggio dei privati, si trasforma in un strumento di ammodernamento del paese. Acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, ecc. sono necessari anche per lo sviluppo del capitalismo nazionale, che non dispone delle risorse e delle capacità necessarie per intervenire in settori ad alto investimento. Sostanzialmente all'Iri è assegnato un ruolo di punta nei settori dove più forti sono i processi di innovazione tecnologica. La storia dell'Iri è abbastanza rappresentativa delle speranze e delle illusioni che l'intervento pubblico ha suscitato, ma allo stesso tempo ha rappresentato, anche nel recente passato, l'unica struttura produttiva nazionale complessa capace di misurarsi con i settori ad alta tecnologia, che si sono sviluppati negli altri paesi europei. Una storia e un'esperienza in chiaro scuro, che merita una sensibilità politica più profonda e attenta di quella manifestata, soprattutto se consideriamo i gravi e persistenti ritardi tecnologici del settore privato, come il passivo della bilancia tecnologica suggerisce.
L'Eni, invece, è stato istituito nel 1953 e, a differenza dell'Iri, ha un campo di azione più limitato. Infatti gestisce le partecipazioni statali nel settore dell'industria petrolifera e nei settori che ad essi si collegano a partire dalla petrolchimica, poi abbandonata insieme al fallimento nazionale complessivo di questo settore. Fino a non molto tempo addietro esercitava una sorta di monopolio nella ricerca, sfruttamento e trasporto degli idrocarburi. A differenza dell'Iri, l'eni ha seguito una strada diversa e più prudente nella sua privatizzazione. Certamente ha influito la forte dipendenza del paese per quanto riguarda l'approvvigionamento petrolifero e del gas. Soprattutto, ci si è resi conto che in alcuni settori la liberalizzazione può anche `realizzarsi', ma non per questo lo Stato non deve o non può indirizzare l'attività economica e industriale.
L'immenso `patrimonio pubblico', dopo anni di esercizio anche positivo, con l'inizio degli anni '90 finì con il subire una trasformazione epocale, che determinò un oggettivo mutamento dei costumi e delle consuetudini degli italiani (quanto alle forme di impiego dei propri risparmi), descritti nel capitolo precedente.


Il ruolo dell'Europa

La liberalizzazione del mercato assieme alla cessione di parte delle partecipazioni pubbliche sono da attribuire anche, in qualche misura, alle politiche economiche adottate dalla Comunità europea. I tratti più salienti di questa influenza sono rintracciabili nel Trattato Ue negli Artt. 72 b, che vieta tutte le restrizioni ai movimenti di capitale, e 53, che dispone la libertà di `stabilimento' all'interno dell'Ue dei cittadini dei paesi membri. Anche il Patto di stabilità e sviluppo, che `obbliga' i paesi membri al pareggio di bilancio nel medio periodo, costringe molti Stati a realizzare politiche di dismissione della proprietà pubblica per agganciare i vincoli del Trattato di Maastricht. L'attuale discussione sulla ridefinizione dei criteri di attuazione del Patto di stabilità europeo non aiuta i paesi fortemente indebitati. Infatti, il deficit del bilancio pubblico sarà valutato sulla base della situazione economica, ma anche sulla sostenibilità del debito pubblico. Per l'Italia significa un condizionamento peggiore, se possibile, dei precedenti criteri. Se la posizione del ministro del Tesoro rimane quella di sostenere gli indirizzi della Commissione, sarà difficile immaginare un intervento diverso da quello preannunciato nel Dpef per il 2005. In questo senso, il sostegno alla revisione del Patto di stabilità, dato da alcuni esponenti politici del centro-sinistra è, per usare un eufemismo, fuori luogo se non un cattivo presagio di ciò che potrebbe succedere.
Nonostante i tentativi di rendere più stringenti i vincoli di bilancio pubblico, occorre sottolineare come l'Ue ha lentamente allargato la maglia interpretativa della normativa sulla concorrenza. Non a caso i processi di liberalizzazione in Europa non sono stati identici per tutti i paesi. Alcuni hanno liberalizzato e privatizzato più di altri. Sostanzialmente l'Ue ha definito delle direttive, ma la loro attuazione fa capo ai singoli Stati. Semmai, sorprende l'acritica adesione a tali orientamenti di pezzi importanti della sinistra europea e nazionale, nonostante che le direttive Ue lasciassero degli spazi interpretativi e di autonomia forti agli Stati. La vicenda della liberalizzazione dell'energia è illuminante: la Francia ha liberalizzato meno della media europea senza incorrere in sanzioni, mentre l'Italia è andata oltre la stessa direttiva.
Infatti, l'Ue sosteneva anche che l'accesso garantito all'energia, alla salute, al trasporto, alle comunicazioni, all'istruzione, proprio perché contribuiscono alla coesione economica, sociale e geografica, potevano essere forniti sia dalla pubblica amministrazione sia, in certe condizioni, da imprese pubbliche o private. La liberalizzazione e la conseguente privatizzazione, che è bene ricordare non sono la stessa cosa, potevano essere valutate sulla base di criteri diversi da quelli adottati in questi ultimi anni. Oggi abbiamo poco libero mercato, tante privatizzazioni e 90 miliardi di euro in meno per fare politica industriale.


Alcuni interventi possibili

Se il quadro delineato inibisce una serie di azioni, è altrettanto vero che è ancora possibile prefigurare delle politiche attive capaci di `aggredire' i vincoli che condizionano il paese. Non si tratta solo di riflettere criticamente sui fallimenti dei processi di privatizzazione/liberalizzazione attuati sino ad ora e introdurre regole e criteri, nonché capacità di controllo molto più autorevoli e forti; non si tratta solo di liberarsi da un degrado e da un sottobosco che ha preso il posto, in peggio, di quelli vecchi; piuttosto si tratta anche di riflettere circa la natura e gli strumenti dell'intervento pubblico necessari negli anni 2000.
Parafrasando Abramo Lincon: «l'oggetto legittimo della azione pubblica è fare per la gente ciò che ha bisogno di essere fatto e che essi, con i loro sforzi individuali, non possono fare o fare altrettanto bene da sé». Ma ciò che ha bisogno di essere fatto non è sempre e solo la stessa cosa. È proprio su questo punto che occorre avere capacità di lettura, ottiche adeguate e, possibilmente, valori da tradurre in scelte.
In effetti, se l'Italia ha forti difficoltà nel generare beni e servizi ad alto valore aggiunto e se tutto questo incide fortemente sulle sue possibilità di sviluppo, si determinano quelle condizioni per cui occorre prevedere e definire l'intervento pubblico. Questo intervento pubblico, a sua volta, deve rispondere a determinate esigenze e caratteristiche che nascono dalla specificità del problema economico e industriale che occorre affrontare. Occorre una capacità di selezionare gli obiettivi produttivi che, per quanto `concertati', devono trovare un riscontro proprio nella trasformazione tecnologica del nostro sistema produttivo, con una attenta valutazione degli aspetti qualitativi di questa trasformazione, che:
deve poter disporre di risorse e di una gestione finanziaria certa anche nel tempo;
deve tradursi in progetti di rilevanza nazionale, dove la gestione deve essere affidata a organismi attuativi pubblici che posseggano capacità di ricerca e sviluppo tecnologico e dove il contributo finanziario pubblico, se consente di poter superare i vincoli comunitari, deve anche superare i vincoli strutturali che ostacolano in Italia l'iniziativa privata lungo questo percorso di innovazione.
Il coinvolgimento in questi progetti di attori industriali interessati, preesistenti o da creare ex novo, nonché delle competenze tecnologiche esistenti nel paese, comunque collocate, deve essere una condizione per l'attuazione di questi progetti.
Mentre la gestione finanziaria di un apposito fondo, ricavato da parte delle entrate (si veda «il manifesto» del 22 agosto 2004 e), potrebbe trovare un riferimento nella Cdp - assieme alla sua funzione storica, ancorché ridimensionata dalla sua recente trasformazione -, la funzione di agenzia operativa-tecnologica potrebbe essere benissimo attribuita - anche in questo caso assieme alla sua funzione storica, ancorché ridimensionata dalla sua recente trasformazione - con pochi cambiamenti a un ente già esistente, per esempio l'Enea, superando i tempi molto lunghi di realizzazione di una nuova struttura sostanzialmente analoga. Occorre, in effetti, distinguere tra una gestione di progettualità tecnologico-scientifica ampia e articolata - assieme alla gestione delle scelte che prioritariamente queste progettualità richiedono - e la conduzione di imprese nel contesto competitivo internazionale. Sono scelte che impongono strumenti gestionali, che oggi devono qualificare non solo il nuovo e necessario intervento pubblico, ma le modificazioni necessarie della qualità dello sviluppo, della creazione e distribuzione della ricchezza creata, della qualità della domanda.
È altrettanto evidente, infine, che la struttura dei ministeri del 2000 deve in qualche modo essere ripensata, assegnando al ministero per le Attività produttive compiti che possano veramente condizionare lo sviluppo del paese, comprendendovi quindi anche alcuni compiti del Miur. In particolare occorre individuare una sede di governo capace di elaborare le scelte che, come tali, interessano certamente lo sviluppo industriale, ma anche altri aspetti della vita e della qualità della vita economica e sociale del paese. Tutto questo non è alternativo ad azioni di tipo orizzontale tali da agevolare, con il massimo di automatismo, la spesa in ricerca delle imprese - cosa su cui oggi non si può dare una valutazione positiva in termini di efficacia -, e insieme la crescita, secondo meccanismi sostanzialmente interni e anch'essi certi nella definizione delle risorse, di un tessuto di ricerca da parte degli enti pubblici di ricerca e delle Università.




note:

1 Liberalizzazione e privatizzazione non sono sinonimi, ma fanno capo a due processi ben distinti.
a Si definiscono brown outs i cali improvvisi, parziali (dal 12% in su) e `brevi' (da due ore a due giorni) della potenza della elettricità erogata dalle reti.
b L'espressione `mercato spot' fa riferimento alla vendita per contanti di merci o valuta. I futures sono contratti di compravendita, in cui le parti si impegnano a scambiarsi a un prezzo (future price) e a una scadenza prefissati beni o valuta. I futures sono quotati in Borsa; e sono pertanto anche valori mobiliari (NRDM).
c Cfr. Relazione sulle privatizzazioni del ministero dell'Economia e delle finanze, luglio 2004, in www.tesoro.it/web/ultimi_documenti.asp (NRDM).
2 L'elenco delle Fondazioni è disponibile a p. 27 della Relazione sulle privatizzazioni, cit.
3 Il tessuto produttivo nazionale è sostanzialmente caratterizzato da attività produttive tradizionali, di scala, e solo in minima parte da attività ad alto contenuto tecnologico. Non a caso, i beni con queste caratteristiche sono per lo più importati.
d L'Offerta pubblica di vendita è una modalità di offerta al pubblico da parte di un azionista di azioni in suo possesso di una Spa (sia che questa sia quotata in Borsa, che nel caso che non lo sia). La vendita di azioni, a un prezzo prefissato dal venditore, deve essere in questo caso accompagnata da una Nota illustrativa, che descriva minutamente e fedelmente la situazione dell'azienda, in modo da permettere al pubblico di valutare la convenienza dell'acquisto. La Nota illustrativa deve essere autorizzata dalla Consob (NDRM).
4 Cfr. Luigi Spaventa, Relazione annuale della Consob, del 7 aprile 2002.
5 Cfr. S. Ferrari, R. Romano, Italia ed Europa, Franco Angeli, Milano 2004.
6 La normativa europea in tema di liberalizzazione è negli Artt. 3, 12, e dall'81 all'89 del Trattato Ue.
e Cfr. Bruno Bosco e Roberto Romano, Un programma economico per la crisi, «il manifesto», 22 agosto 2004 (NDRM).

DA PUBBLICO A PRIVATO

Per tradizione gli Enti Locali italiani si sono impegnati in prima linea nella gestione delle attività imprenditoriali, di tipo economico e non, di preminente interesse pubblico (trasporto, erogazione dell’energia, gestione di acquedotti, servizi sanitari, servizi assistenziali, casa, ecc.)

Negli anni ’80, seguendo la scia dei maggiori Paesi dell’occidente, anche il Governo italiano intraprende una politica di dismissione delle imprese pubbliche con l’intento di ridurre progressivamente il suo intervento diretto nell’economia, avviando così il processo delle privatizzazioni.

Dal 1997 con le varie Leggi Bassanini si è avviata una profonda trasformazione del diritto amministrativo introducendo tra i suoi principi fondamentali: il federalismo, la devoluzione e la privatizzazione.

Il D.Lgs. 267/2000 introduce, poi, alle già note forme di gestione dei servizi pubblici, anche quella a mezzo S.p.A. Ancora, l’Art. 35 della Finanziaria 2002 rende obbligatoria la trasformazione in S.p.A. dei servizi pubblici a rilevanza industriale.

Di fatto la Pubblica Amministrazione, da struttura dello Stato al servizio del cittadino, si è trasformata in uno strumento al servizio del profitto trascurando la sua vera originaria funzione di risposta ai bisogni sociali.

La progressiva diminuzione dei trasferimenti Statali verso gli Enti Locali, un costante aumento dei tributi locali e il progressivo smantellamento dell’apparato pubblico sono una conseguenza di queste scelte politiche. Gli Enti locali e alcuni Comuni hanno sposato a pieno la logica capitalistica e del mercato scegliendo di creare holding di servizi, trasformando i Consorzi e le Aziende Speciali in S.p.A., togliendo di fatto alla pubblica amministrazione:

  1. il controllo del settore dei servizi ;
  2. il ruolo di ammortizzatore sociale;
  3. il ruolo di programmazione sul territorio e sulla qualità dell’ambiente;

e offrendo in cambio:

  1. costi dei servizi più alti per i cittadini;
  2. scadimento della qualità dei servizi;
  3. peggioramento delle condizioni di lavoro degli addetti interessati e precarizzazione dello stesso.

lunedì 9 luglio 2007

GENERAZIONE DI SCHIAVI

Ho trovato quest'articolo che, se messo sotto una luce diversa da quella che ci fanno vedere, fà realmente capire cosa dobbiamo subire......... SIAMO UN PAESE CON I PADRONI. STIAMO FORMANDO UNA GENERAZIONE DI SCHIAVI PER QUESTI PADRONI, I NOSTRI FIGLI SONO SCHIAVI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
"Fermerò il ritorno dello Stato"
l'ultima sfida del neopresidente "Ho accettato nel nome delle regole e del mercato"
di FEDERICO RAMPINI

"Fermerò il ritorno dello Stato"
l'ultima sfida del neopresidente"
Guido Rossi
"CHE DESTINO: dieci anni fa il governo Prodi mi chiamò per privatizzare la Telecom: ora tocca a me sottrarla a molti pericoli, incluso il rischio di una rinazionalizzazione strisciante". Il professor Guido Rossi passa il sabato chiuso nella sua bella casa milanese davanti al Castello Sforzesco, fra gli scaffali di libri antichi e la collezione di quadri che spazia dal Rinascimento al surrealismo.

Meglio non uscire per evitare l'assedio dei giornalisti e delle televisioni. Nella tranquillità familiare può meditare a sangue freddo sulla nuova sfida che ha accettato di affrontare da venerdì sera. Come sempre, ama osservare le emergenze più acute dall'alto della sua visione sui limiti del nostro sistema economico. Riflette sulla "maledizione del capitalista-manager" che stavolta ha colpito Marco Tronchetti Provera.
Rievoca le discussioni che ebbe con un amico scomparso, Bruno Visentini, sul "capitalismo virile" all'italiana. Sorride della battuta di Berlusconi sul fatto che ci sono troppi Rossi in Italia. Non nasconde però un certo fastidio per il rumore di fondo delle polemiche che già hanno seguito la sua nomina a presidente della Telecom. L'opposizione grida all'incompatibilità degli incarichi perché lui rimane commissario straordinario della Federcalcio.

"Quale incompatibilità? Nessuno spiega dove sia. E forse dimenticano che quando privatizzai Telecom ebbi anche un ruolo di regista nell'altra privatizzazione dell'istituto bancario San Paolo di Torino. Non sarà la prima volta che mi tocca fare più di un mestiere". Uno de compiti urgenti che lo attendono è restituire serenità alla più grande azienda italiana di servizi, far sì che gli uomini della Telecom possano tornare a concentrarsi sulle strategie e sul risanamento dell'azienda dopo mesi di incertezze e di turbamenti. Per ridare serenità al gruppo lo aiuterebbe anche un po' di discrezione da parte del governo.

Invece ecco il ministro Mastella che gli chiede di lasciare la Figc, la sua collega Melandri che reagisce irritata "per non essere stata avvertita prima".
Forse Romano Prodi potrebbe aiutarlo disciplinando il coro, inaugurando una benefica tregua delle grida attorno a una delle ultime grandi aziende italiane.
No, a lasciare l'incarico di commissario straordinario della Figc lui non ci pensa perché sarebbe un tradimento: abbandonare proprio in vista del traguardo un compito a cui si è dedicato con passione.

Qualcuno si era stupito che lui avesse accettato di operare con il suo bisturi anche "calciopoli". Ma in questi mesi di lavoro Guido Rossi ha avuto conferma della sua intuizione: che dietro lo scandalo del calcio c'era una crisi non solo sportiva, c'era un pezzo della pervasiva patologia italiana. E' quello che lui oggi definisce "un intreccio perverso tra affari, sport, informazione, politica". Rifondare il calcio italiano, varare quelle nuove regole che lui annuncerà in tempi brevi, è una riforma che ha un valore simbolico profondo per il paese, tocca un nodo cruciale per la cultura della legalità in larghi strati dell'opinione pubblica nazionale.

Ma l'impresa di rifondare il calcio italiano volge quasi al termine, la seconda missione Telecom invece è appena iniziata.
Accettando l'incarico dal consiglio d'amministrazione venerdì Rossi ha annunciato chiaramente "l'intenzione di svolgere il mandato in continuità con le strategie e gli obiettivi già individuati dal consiglio, proseguire nelle operazioni comunicate al mercato". Quelle parole non significano che Rossi si sia legato le mani in partenza, che abbia accettato di essere un semplice esecutore: non lo è mai stato in vita sua. In quella dichiarazione va sottolineata l'ultima parte. Il rispetto del mercato. E' un dovere con cui il grande giurista milanese si è sempre identificato. E' il paradosso che lo ha visto nel ruolo di critico severo del capitalismo, in nome del mercato.

"Perché il capitalismo crea diseguaglianze, genera monopoli, mentre il mercato favorisce la democrazia economica, nasce dalla forza delle regole, vive di trasparenza". Questo spiega perché, dopo una carriera unica che lo ha già visto padre dell'antitrust e della Consob, salvatore di Ferruzzi-Montedison, Rossi abbia accettato di sobbarcarsi quest'altro fardello. Per il rispetto di un mercato che sul caso-Telecom è stato sconcertato dai polveroni, dalle interferenze politiche, dalla mancanza di visibilità sul futuro dell'azienda.

La prima cosa che Rossi vorrà fare da presidente dell'azienda è vederci chiaro, come sempre. Vorrà capire lo stato esatto dei conti. Vorrà verificare che l'indebitamento sia, come sembra risultare alle banche, un problema sotto controllo e governabile.
Forse nel momento in cui Tronchetti ha accettato di fare un passo indietro ha già rimosso un ostacolo alla fiducia del mercato, e si scoprirà che il gruppo non è affatto un malato incurabile. La vendita della Tim? E' presto per parlarne. Accettando di svolgere il suo mandato "in continuità con le strategie già individuate dal consiglio" Rossi non ha firmato quella vendita della Tim a investitori stranieri che paventa il governo. Le "operazioni già comunicate al mercato" per ora sono la divisione in società distinte della rete fissa e della telefonìa mobile. Rossi non scopre le sue carte con nessuno, deciderà per il bene dell'azienda e dei suoi azionisti.

Forse solo a lui può riuscire il capolavoro: condurre in porto il risanamento dell'impresa, gestirla come una public company (il suo obiettivo originario in occasione della privatizzazione del '97) per il solo fatto di essere lui un garante super partes, notoriamente indipendente. Alla fine, in questo modo toglierebbe un'incognita dall'orizzonte del governo Prodi.

Aiuterebbe anche Tronchetti, che rimane un azionista importante del gruppo e non può che ricavare vantaggi da un risanamento del bilancio. In questa quadratura del cerchio Rossi avrà anche un altro obiettivo, che gli è sempre stato caro: "Fare dell'Italia un paese un po' più europeo". L'Europa è uno dei suoi riferimenti più solidi. Dieci anni fa la privatizzazione Telecom fu anche funzionale a un risanamento della finanza pubblica, fu un'operazione-fiducia nella fase storica dell'aggancio all'euro.

Oggi si tratta di evitare che la Telecom diventi un altro casus belli fra Roma e Bruxelles, un nuovo focolaio di tensione come le Autostrade per i sospetti di protezionismo. Rossi non si stanca mai di denunciare il sottile filo di continuità che lega "l'autarchìa corporativa del fascismo, l'interventismo e l'assistenzialismo dei governi democristiani, la scarsa cultura di mercato della sinistra, il conflitto d'interessi endemico", tutto quello che ha contribuito a imporci un "capitalismo opaco, perciò asfittico, miope e ottuso di fronte alle grandi opportunità della globalizzazione".

Coronando una carriera che non ha eguali, in questa missione Telecom il professore non ha un tornaconto personale. Ormai può permettersi di lavorare solo per la gloria, per lasciare un segno innovatore nella storia del capitalismo italiano. Appena qualche anno fa sembrava volesse dedicarsi soprattutto a educare le nuove generazioni: dopo anni di insegnamento del diritto societario ed europeo, aveva scoperto la vocazione accademica di cimentarsi con la filosofia del diritto, per andare al cuore della questione dei valori.

E' convinto che l'Italia "è davvero migliore di quel che sembri". "In questo paese - dice - ci sono persone di una dedizione magnifica, come Francesco Saverio Borrelli, che ci fanno onore. E continuo a incontrare giovani straordinari, che mi danno speranza". Nella nuova impresa si farà guidare dai suoi principi: "L'amore per lo Stato di diritto, per il senso della legalità, l'avversione contro le interferenze della politica".

(17 settembre 2006)

Privatizzazione

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La privatizzazione è quel processo economico che sposta la proprietà di un ente o di un'azienda dal controllo statale a quello privato. Il procedimento opposto è la nazionalizzazione o la municipalizzazione. Più in particolare si distingue tra "privatizzazione formale" e "privatizzazione sostanziale" o "materiale": la prima è la semplice trasformazione dello status giuridico di un ente o di una impresa di proprietà pubblica, nelle svariate forme che può assumere, in una società di diritto privato, alle regole di questo assoggettata, la seconda è il vero e proprio passaggio della titolarità della proprietà e di conseguenza del potere di controllo dalla mano pubblica a quella privata. Su scala diversa e facendo riferimento ad altre fonti normative, si può parlare di privatizzazione su scala locale quando le medesime attività vengono messe in atto dalle autonomie locali (regioni, province, comuni, consorzi, enti locali vari, ecc.) riguardo proprie attività produttive ed erogative. Altri significati più ampi del termine si ritrovano nei concetti di liberalizzazione (la cessazione del monopolio pubblico in alcuni settori economici e la conseguente apertura al mercato concorrenziale) e di deregulation (l'eliminazione di vincoli e limiti posti dallo stato all'iniziativa economica privata); oppure la dismissione e l'alienazione da parte dello stato di beni e proprietà, non altrimenti vincolate o inalienabili, in favore di acquirenti privati, e anche, riguardo al c.d. pubblico impiego, il passaggio dalla contrattualizzazione di diritto pubblico (amministrativa) dei dipendenti a quella di diritto privato (contrattuale e civilistica). La stagione delle privatizzazioni in Italia [modifica] Nel periodo dal 1991 al 2001 molte aziende sono state privatizzate:
ENI, di cui Goldman Sachs acquisì l'intero patrimonio immobiliarele aziende controllate dall'IRI, tra cui la SME (agroalimentare).
Le privatizzazioni nel settore agroalimentare [modifica] Nel settore agroalimentare, tradizionalmente importante per l'economia italiana, le ditte che vennero acquistate da proprietà estere, furono:
Locatelli
Invernizzi
Buitoni
Galbani
Negroni
Ferrarelle
Peroni
Moretti
Fini
Perugina
Mira Lanza
Nel 1993 avviene la privatizzazione del gruppo Sme, azienda pubblica controllata dall'IRI con una quota del 64%. Nel luglio 1993, con la prima tranche della privatizzazione, relativa al settore surgelati e a quello dolciario del gruppo Sme, il gruppo svizzero Nestlé acquisisce i marchi:
Motta
Alemagna
La Cremeria
Antica Gelateria del Corso
Maxicono
SurgelaMarefresco
La Valle degli Orti
Voglia di pizza
Oggi in Tavola.
Nel 1997, attraverso il gruppo Perrier-Vittel, Nestlé acquista il 100% della Compagnie Financiere du Haut-Rhin, e di conseguenza acquisisce il gruppo San Pellegrino-Garma coi marchi:
San Pellegrino
Levissima
Recoaro
Pejo
Fiuggi
Panna
Claudia
San Bitter.

Le Privatizzazioni

Un caso su tutti: il tracollo dell’Argentina, che ha privatizzato al 100%, è un paese in bancarotta.

- Il mito dello Stato cattivo e della buona impresa privata

Empiricamente non è dimostrato che il monopolio dell’efficacia appartenga al privato mentre quello della burocrazia, della lentezza e dell’assenza di competitività allo Stato. Frasi ideologiche che, ripetute fino allo sfinimento, senza mai essere messe in dubbio, si sono profondamente radicate nell’immaginario popolare. Ma è tutto vero? O non è che un mito promosso da coloro che creano l’opinione pubblica?

Abbiamo contemplato lo smantellamento della Sicurezza Sociale e la nascita delle assicurazioni sanitarie e delle cliniche private. Coloro che utilizzano questi servizi privati hanno potuto costatare che le imprese private hanno i loro difetti. Noi utenti muoviamo le nostre critiche ma non vediamo miglioramenti del servizio.

Nel mondo esistono differenti esperienze di imprese statali: l’educazione principalmente pubblica in Francia ed in Inghilterra, la televisione di stato inglese e i sistemi di salute dei paesi nordici non sono tutti efficaci? Il sistema educativo giapponese - pubblico - non è all’altezza? La NASA, certamente una delle organizzazioni d’avanguardia a livello mondiale in materia di ricerca scientifica e tecnica, è un ente statunitense, federale e pubblico. Tutte sono efficaci.

E’ certo che c’è molta inefficacia nello sviluppo delle aziende. Sicuramente questo non è dovuto solo ad una cattiva gestione da parte dello Stato, ma anche all’attuale svendita delle sue imprese e alla corruzione operata da numerose aziende private.

E’ altrettanto certo che molte aziende private costituiscano lobby per lo smantellamento delle aziende pubbliche, che in ragione della loro crescente perdita di produttività saranno vendute largamente al disotto del loro vero valore.

In differenti paesi dell’America Latina, lo Stato ha giocato un ruolo "sporco", sovvenzionando il processo di privatizzazione, realizzando, per esempio, importanti investimenti al momento della vendita, licenziando lavoratori per trasmettere ai nuovi proprietari un ridotto assetto salariale, diminuendo la produttività per giustificare la cattiva gestione dello Stato e dichiarando a volte attivi sottovalutati. Alcune aziende candidate all’acquisto hanno corrotto dei funzionari statali.

È cominciata la grande svendita dei beni dello stato.

Italia in vendita

27 manifatture tabacchi svendute nel giro di due giorni senza alcuna evidenza pubblica e senza alcun parere da parte del ministero dei beni culturali.

E' successo esattamente quello che Legambiente aveva previsto qualche settimana fa, il 14 dicembre, quando scese in piazza dietro lo slogan "L'Italia non è in vendita!". Dopo solo due settimane da quella data il primo pezzo d'Italia prendeva il volo. E non si trattava più di qualche appartamento degli enti previdenziali, ma di immobili di enorme valore di mercato, e anche strutture di grande pregio e di particolare valore storico artistico, vendute nel volgere di poche ore senza che il Ministro Urbani alzasse un solo dito per impedirne l'alienazione.

Il tutto è accaduto a cavallo di Natale, con un tempismo a dir poco sospetto. Il 23 dicembre l'Agenzia del Demanio emana un decreto con il quale vengono individuati e immessi nel possesso dell'Agenzia stessa, una serie di immobili di proprietà dell'Ente Tabacchi Italiani S.p.a. Lo stesso giorno il Consiglio dei Ministri licenzia un provvedimento che viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del giorno seguente. Dietro un titolo generico che rimanda a disposizioni urgenti in materia di adempimenti comunitari e tributari, si nasconde in realtà un articolo, il n. 7 del decreto in questione, che sottolinea l'urgenza dell'alienazione degli immobili dello Stato e autorizza l'Agenzia del Demanio "a vendere a trattativa privata, anche in blocco, i beni immobili appartenenti al patrimonio dello Stato di cui agli allegati A e B al presente decreto. La vendita - continua il decreto - fa venire meno l'uso governativo, le concessioni in essere e l'eventuale diritto di prelazione spettante a terzi anche in caso di rivendita".

Basta scorrere velocemente l'allegato A per capire che la posta in palio è piuttosto grossa: ci sono le torri dell'Eur che hanno ospitato il Ministero delle Finanze, gli stabili del Ministero dell'Economia a Tor Pagnotta e a la Rustica sempre a Roma, il palazzo delle Poste di Milano. Ma le sorprese maggiori arrivano dall'elenco di beni dell'allegato B dove figurano i 27 immobili di proprietà dell'Ente Tabacchi Italiano, perlopiù manifatture, alcune ancora in attività, straordinari esempi di architettura industriale dei primi anni del secolo, ma anche più vecchi di qualche secolo, generalmente collocati in pieno centro urbano. In molti casi si tratta di strutture già utilizzate dall'ente locale per finalità pubbliche: la Manifattura di Firenze ha ospitato recentemente un'importantissima mostra di arte contemporanea, quella di Cagliari varie manifestazioni culturali, quella di Modena era al centro di un dibattito cittadino sull'utilizzo dell'immobile. In ogni caso il testo dell'articolo non lascia margini di dubbio: bisogna vendere subito, senza gare, senza aste, senza bandi che rallentino l'iter del procedimento di alienazione, bisogna incassare subito anche da chi fosse interessato all'acquisto per meri fini speculativi, cioè per rivendere domani a prezzo maggiorato, e questo spiega perché viene meno il diritto di prelazione in caso di rivendita.

Passano Natale e Santo Stefano e il primo giorno utile si conclude l'affare: il 27 dicembre lo Stato vende in blocco l'intero pacchetto di immobili alla Fintecna, la società a capitale pubblico del gruppo ex-Iri che sovrintenderà alla realizzazione e alla gestione del Ponte sullo Stretto di Messina e dotata soprattutto di una buona liquidità. Il prezzo complessivo sarebbe di circa 6 miliardi di Euro, una cifra di gran lunga inferiore al valore di mercato, ma sufficiente, a detta degli esperti, a far rientrare il debito pubblico entro valori più presentabili all'Unione Europea prima del 31 dicembre. La cessione dei beni dell'Eti sarebbe avvenuta infatti, secondo quanto si legge nell'interrogazione del senatore Caddeo, a valore di libro, cioè al valore dei beni così come iscritti nel bilancio dell'Ente, un valore appunto inferiore al valore di mercato. Peraltro l'operazione sottrae beni a una società (l'Eti) in via di privatizzazione, distorcendo la collocazione dell'ente sul mercato.

Aldilà delle considerazioni di carattere finanziario, quello che è certo è che si è consumata un'operazione che ha messo in vendita immobili di grande pregio e di grande valore che sono passati in poche ore dalla disponibilità dello Stato a quella del mercato. Nessun intervento e nessun coinvolgimento da parte del Ministero dei Beni Culturali. Ma quel che è peggio è che molte strutture, sebbene di grande pregio architettonico, non erano vincolate proprio perché, come Legambiente aveva evidenziato il 14 dicembre, si trattava di beni di proprietà dello Stato per i quali la vendita non era neppure ipotizzata. E' il caso della Manifattura di Firenze, un immobile risalente agli anni "30, uno degli esempi, insieme allo stadio di Nervi, più significativi dell'architettura fascista fiorentina.

Infine, e non da ultimo, l'operazione in questione lascia intravedere le modalità di copertura dei costi del Ponte sullo Stretto di Messina. E' noto che Fintecna, Anas, FS, Calabria e Sicilia dovranno far fronte al 40% del costo di realizzazione di un'opera che, a detta del Presidente del Consiglio, sarà a costo zero per lo Stato. Non si sa se ci sarà esborso di quattrini, ma per ora è certo che gli italiani non potranno più contare su beni che prima erano di proprietà pubblica e che ora sono finiti nelle casse della Fintecna. Per i sardi il senatore Caddeo ipotizza addirittura la beffa, oltre al danno rappresentato dalla perdita del bene pubblico. Gli isolani non solo verrebbero defraudati di un bene che, secondo quanto recita lo Statuto regionale, sarebbe dovuto finire nella disponibilità della Regione Sardegna, ma non si gioveranno neppure dei benefici derivanti dalla vendita della Manifattura dal momento che nessuna delle grandi opere, previste dal Ministro Lunardi, sarà localizzata in Sardegna. E' anche per motivi del genere che la Regione Sardegna si sta muovendo in maniera compatta (maggioranza e opposizione) per impugnare il provvedimento governativo. In particolare è di questi giorni la notizia che la Giunta Regionale ha chiesto il sequestro dell'immobile e ha dato mandato ai suoi uffici per ricorrere in sede legale.

E' da notare infine che in tutta l'operazione di dismissione di una fetta così consistente di patrimonio dello Stato non compaiano le società costituite proprio dal Ministro Tremonti a questo scopo. Non c'è traccia della Patrimonio Spa e della Infrastrutture Spa, le due società cui dovevano essere conferiti i beni dello Stato e che avrebbero dovuto provvedere a rivenderli o comunque valorizzarli. Ne' vi è traccia dell'iter legislativo per l'alienazione degli stessi, del codice etico previsto dal Cipe in caso di alienazione di immobili e così via.

Di seguito l'elenco dei beni venduti dallo Stato alla Fintecna il 27 dicembre

Denominazione bene Indirizzo Città Prov.
Agenzia Coltivazione Tabacchi Via G. Buitoni, 3 Sansepolcro AR
Agenzia Coltivazione Tabacchi Via Cortonese, 143 Perugia PG
Agenzia Coltivazione Tabacchi Via XXIV maggio, 99/101 Pontecorvo FR
Agenzia Coltivazione Tabacchi S.S. 16 Alessano LE
Magazzino Tabacchi Greggi Via Malta, 42 Spongano LE
Magazzino Tabacchi Greggi Via Montebello, 46 Piacenza PC
Magazzino Tabacchi Greggi Via Bengasi, 5 Tortona AL
Manifattura Tabacchi S.S. Romea, 255 Mesola FE
Manifattura Tabacchi Viale Reg. Margherita, 33 Cagliari CA
Manifattura Tabacchi Piazza S. Cristoforo, 18 Catania CT
Manifattura Tabacchi Via delle Cascine, 35 Firenze FI
Manifattura Tabacchi Contrada Cammarata Castrovillari CS
Manifattura Tabacchi v.le Fulvio Testi, 121 Milano MI
Manifattura Tabacchi Via Sant'Orsola, 78 Modena MO
Manifattura Tabacchi Via Galileo Ferraris, 273 Napoli NA
Manifattura Tabacchi Via Simone Guli, 11 Palermo PA
Manifattura Tabacchi Via Malaspina, 20 Trieste TS
Manifattura Tabacchi Viale della Fiera, 1 Verona VR
Deposito Generi di Monopolio Via del Vespro, 53 Messina ME
Deposito Generi di Monopolio Via V. Veneto, 27 Reggio Calabria RC
Deposito Generi di Monopolio Via Rigopiano, 36 Pescara PE
Deposito Generi di Monopolio p.le Cremona, 3 Brescia BS
Deposito Generi di Monopolio Via Degola, 3/d Genova GE
Deposito Generi di Monopolio Via dei Sali, 5 Venezia - Porto Marghera VE
Deposito Generi di Monopolio Via Gervasutta, 20 Udine UD
Deposito Generi di Monopolio Via Barcellona, 19/21 Catania CT
Deposito Generi di Monopolio Via Gen. De Maria Palermo PA
Palazzo delle Poste
Milano MI
Torri dell'EUR
Roma RM
Tor Pagnotta Lotto A Roma RM
Tor Pagnotta Lotto B Roma RM
Tor Pagnotta Lotto C Roma RM
La Rustica Lotto A e Lotto B Roma RM
La Rustica Lotto D/C Roma RM
Sotto centrale telefonica Porta Romana Milano MI
Sotto centrale telefonica Via Magolfa Milano MI
Sotto centrale telefonica Porta Venezia Milano MI
Sotto centrale telefonica Via Belfiore Milano MI
Centrale telefonica Amedeo Via Crispi Napoli NA
Centrale telefonica p.zza Nolana Napoli NA

Note su alcuni immobili di particolare pregio

PALERMO
Manifattura Tabacchi - Via Simone Guli, 11
Si tratta di un edificio costruito nel 1628 per consentire la quarantena di merci e persone provenienti da luoghi a rischio d'infezioni. L'edificio fu completato nel 1652 e ampliato poi nel '700. Raggiunse l'assetto definitivo (attuale) nel 1833. Alla fine dell'ottocento la costruzione fu inglobata nella manifattura tabacchi.
MODENA
Manifattura Tabacchi - Via Sant'Orsola, 78
L'edificio ubicato nel centro della città, è sempre stato un punto di riferimento per tutta la cittadinanza. Recentemente erano stati presentati una serie di progetti di riutilizzo per farne un centro servizi per gli studenti universitari. L'amministrazione comunale è stata colta di sorpresa dalla notizia dell'alienazione dello stabile.
CAGLIARI
Manifattura Tabacchi - Viale Regina Margherita, 33
L'edificio è situato nel cuore della città e, nell'arco della sua esistenza, è stato utilizzato in vari modi. Si tratta di una struttura enorme che ospita, da circa vent'anni, un cinema tutt'ora in funzione e tra i più grandi della città. Spesso è stata utilizzata anche come spazio espositivo per mostre d'arte.
TORTONA (AL)
Magazzino Tabacchi Greggi - Via Bengasi, 5
La struttura, particolarmente importante sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista della collocazione, è stata oggetto nell'ultimo periodo di dibattito sulla stampa locale. Attorno al futuro dello stabile sono state fatte ipotesi di abbattimento per andare ad ospitare un complesso edilizio per uso abitativo.
VERONA
Manifattura Tabacchi - Viale della Fiera, 1
La struttura di Verona, non particolarmente importante dal punto di vista storico, è strategica dal punto di vista del futuro piano urbanistico della città. Nelle intenzioni dell'amministrazione comunale tutta l'area, liberata dalla struttura della manifattura, dovrebbe andare ad ospitare una serie di complessi residenziali. Gli ambientalisti non sono d'accordo.
CATANIA
Manifattura Tabacchi - P.za San Cristoforo, 18
Si tratta di una struttura molto famosa in città. Pochi mesi fa la stampa locale aveva lanciato la notizia che su quella struttura era previsto un progetto per la realizzazione di un museo.
FIRENZE
Manifattura Tabacchi - Via delle Cascine, 35
Stile magniloquente fascista con tanto di rilievi marmorei in facciata, progettato dall'arch. Bartoli e dall'ing. P.L.Nervi. Un po' pesante la facciata d'intonaco bianca dell'ingresso principale, più ardita e moderna la corte dell'orologio, appena dietro l'edificio curvilineo di testata e gli spazi del dopolavoro (poi trasformati nel cinema teatro Puccini) con la torre vetrata che ricorda la Torre di Maratona dello Stadio dello stesso Nervi.

Svendite

SME: UN GIGANTE CHE ATTIRAVA MOLTI APPETITI Il 19 luglio 1986, una sentenza della prima sezione del tribunale civile di Roma apre il caso. Il contratto per la cessione della Sme, la finanziaria alimentare nelle mani dello Stato, alla Buitoni di Carlo De Benedetti è sostanzialmente nullo. La privatizzazione di uno dei bocconi più appetibili della presenza pubblica nel economia italiana prende un'altra direzione. Quindici mesi prima, il 29 aprile del 1985, l'allora presidente dell'IRI (poi presidente del Consiglio ed attuale presidente della Commissione europea) Romano Prodi e il presidente della Buitoni avevano trovato un accordo: Buitoni acquistava la partecipazione dell'IRI nella Sme per 497 miliardi di lire (256 milioni di euro di allora).
E' un passaggio chiave che conclude un'operazione iniziata da De Benedetti un anno prima. Con un'audace colpo di scena, l'ingegnere dell'Olivetti ha bruciato sul tempo i francesi di BSN Gervais Danone, sicuri si avere l'affare in tasca grazie all'appoggio di Mediobanca, e si è assicurato la Buitoni. Un gruppo la cui situazione finanziaria non è fiorente ma che già a fine '85 metterà a bilancio un attivo di 448 milioni di lire rispetto ai forti passivi del biennio precedente e che conta su un fatturato consolidato di 1176,6 miliardi di lire. Il disegno di De Benedetti è semplice quanto ambizioso: creare un polo alimentare italiano privato, di dimensioni tali da poter rivaleggiare con i grandi concorrenti stranieri, cedendo eventualmente alcuni brand con un abile spezzatino azionario. Buitoni punta la Sme per questo: con 3mila miliardi di lire di fatturato e 18mila dipendenti, Sme controlla marchi di prestigio come Cirio, Motta Alemagna, Bertolli, Charms, Sanagola. Offre accesso al settore alimentare ma anche della distribuzione (GS supermercati) e della ristorazione (Autogrill). Un progetto che non può non ricevere avvallo politico per andare in porto.

SME: UNA PRIVATIZZAZIONE A OSTACOLI
L'accordo Prodi - De Benedetti, tuttavia, contiene una clausola - trappola per l'Ingegnere: l'esecuzione del contratto dipende dall'ok del Cda dell'IRI, che arriva il 7 maggio '86 "salvo l'autorizzazione dell'autorità di governo". Ma il 24 maggio arriva all'IRI un'altra proposta di acquisto della Sme: la presenta l'avv. Italo Scalera, che non rivela il committente, e la cifra offerta è maggiore, 550 miliardi. Appena 3 giorni dopo, il 27, il Comitato Interministeriale per il coordinamento della Politica Industriale delibera a favore della privatizzazione della Sme e detta le condizioni per la sua cessione: garanzia della non alienazione a gruppi stranieri della partecipazione "per un congruo numero di anni", rispetto dei programmi di investimento e dei livelli occupazione definiti dal governo.
Inizia una settimana cruciale per l'avvenire della Sme, che in Borsa viene sospesa a più riprese dalla Consob: dal 29 maggio al 6 giugno l'IRI riceve 3 nuove offerte per la Sme. La prima è della Iar: una società costituita da Barilla, Ferrero, Berlusconi, Conservitalia. La seconda è della Cofima, società di imprenditori campani guidata dal napoletano Fimiani. La terza è della della Lega delle Cooperative. Scalera esce di scena.
leggi tutto su
fonte: http://www.rainews24.rai.it/ran24/speciali/irisme/sme_privatizzazione.htm

giovedì 5 luglio 2007

IL DISASTRO DI UNA NAZIONE

DI GIORGIO MALABARBA
E-Polis

Non si era mai visto che un incontro decisivo tra governo e sindacati per decidere le sorti di un grande gruppo industriale, anzi di uno degli ultimi gioielli di famiglia, la Fincantieri, sia fatto saltare letteralmente all'ultimo minuto e la decisione di privatizzare la cantieristica italiana di avanguardia sia inserita nel Dpef.

E' successo il 28 giugno: sindacalisti esclusi da Palazzo Chigi e Consiglio dei ministri che delibera la quotazione in borsa del gruppo.

E' paradossale poi, date le condizioni di salute di un'impresa che dispone di ben 8 cantieri navali, due sedi di progettazione, un centro di ricerca, una società di sistemistica e una fabbrica di motori per un totale - tra diretti, appalti e indotto - di 25/30mila lavoratori.

Parliamo di 7 anni di risultati economici positivi che hanno prodotto un'accumulazione di riserve senza precedenti, consentendo perfino nuove acquisizioni oltre a dividendi per l'azionista; nessun indebitamento con le banche; un posizionamento competitivo importante nel settore delle navi da crociera; un portafoglio di ordini di 16 miliardi di euro, mai raggiunto in precedenza: Qui non si sta parlando di Alitalia: Eppure la pervicacia con cui il Tesoro persegue la linea di svendita del patrimonio produttivo può spiegare anche perché non si è voluto rilanciare la stessa compagnia di bandiera.

Sostiene un autorevole studioso, come il professor Luciano Gallino, che lasciar scomparire quasi completamente in vent'anni tutti i principali settori industriali non è impresa da poco: occorre essere invasi dalla concezione liberista, tanto ideologica quanto falsa, che la produzione manifatturiera è solo un'appendice fastidiosa della finanza, riducendo così la settima economia del mondo a un nano industriale: Risultato: l'Italia, ad esempio, è uno dei maggiori consumatori di telefonini al mondo, ma non ne produce neanche uno !

L'amministratore delegato di Fincantieri aveva sottoposto la quotazione in borsa a Tremonti, ma è riuscito nel suo intento solo con Padoa Schioppa.
Nonostante scioperi, manifestazioni nazionali, una petizione di massa e alcune, evidentemente solo simboliche, minacce di crisi di governo da parte della "sinistra radicale". Voto unanime al Cdm e sindacati fuori dalla porta. E se l'avesse fatto Berlusconi ?

Giorgio Malabarba (Associazione sinistra critica)
Fonte: http://www.epolismilano.it/

venerdì 1 giugno 2007

Svendita patrimoni dello stato

Dobbiamo sapere certe cose dai giornali esteri?, mi chiede il lettore che mi manda un articolo del Telegraph, di cui lo ringrazio.
Mi limito a tradurlo, a scanso querele:

«Gli italiani brontolano che è la Goldman Sachs a gestire il loro Paese, come i gesuiti governavano durante la Controriforma (sic).
Il premier Romano Prodi è un ex Goldman Sachs, così come il presidente della Banca Centrale Mario Draghi e il vice-capo del Tesoro Massimo Tononi.

Il prezzo di avere tanti amici a corte è che la celebre banca, inevitabilmente, viene implicata negli scandali finanziari che così spesso turbinano attorno alla classe politica italiana.
Dal mese scorso, Goldman Sachs è trascinata in un'inchiesta per corruzione, che si allarga sempre più, riguardante la fusione Siemens-Italtel e risalente alla metà degli anni '90.
L'indagine è arrivata a lambire in modo imbarazzante Mister Prodi, che è stato nel libro-paga Goldman Sachs dal 1990 al 1993, e poi di nuovo nel 1997 dopo la sua prima prova come primo ministro.
L'inchiesta è solo una delle varie indagini in corso in tutta Europa a proposito di una rete di conti neri, del valore di 400 milioni di euro, usati da Siemens per ungere le ruote.
Gli inquirenti di Bolzano sostengono di aver scoperto un pagamento di Siemens di 10 milioni di marchi tedeschi ad un conto Goldman Sachs a Francoforte nel luglio 1997.
Da qui, il denaro è rimbalzato più volte nel mondo, spedito da Londra e Tokio prima di tornare in Germania in forma di yen, secondo il giornale finanziario Il Sole.
Un funzionario di Goldman Sachs, interrogato all'inizio del mese, ha detto che il pagamento di 10 milioni di marchi è stato fatto per una «terza parte sconosciuta».
La Guardia di Finanza ha perquisito la sede di Milano di Goldman Sachs a febbraio, dove ha sequestrato, fra altre carte, un dossier intitolato «M Tononi/memo-Prodi 02.doc»; ha anche messo le mani su una lettera spedita alla Siemens dall'ufficio francofortese di Goldman Sachs nel 1993, che esponeva un buon affare a riguardo di Italtel.

A quel tempo, Italtel veniva privatizzata dalla «holding company» italiana di Stato, IRI, che Prodi aveva guidato negli anni '80 e che sarebbe tornato a guidare ancora prima di diventare premier nel 1994.
La lettera diceva: la «conoscenza dell'IRI e del suo management» da parte della Goldman Sachs «può essere di estrema importanza in una trattativa. Da marzo 1990 il nostro primo consulente in Italia è il professor Romano Prodi».
Si riferisce che Goldman Sachs si è poi assicurata il lavoro come consulente nella fusione Siemens-Italtel.
La banca ha rifiutato di commentare, sostenendo la confidenzialità della cosa.
«Rigettiamo ogni sospetto di improprietà delle nostre azioni e stiamo cooperando pienamente all'inchiesta con le autorità», dichiara.
La procura di Bolzano dichiara che Prodi non è nel mirino dell'inchiesta, anche se sta esaminando i compensi da lui ricevuti da Goldman Sachs.
Mister Prodi ha ricevuto 1,4 milioni di sterline tra il 1990 e il 1993 attraverso una società di Bologna chiamata «Analisi e Studi Economici», di cui è titolare insieme a sua moglie.
La segretaria della ditta ha poi detto al Daily Telegraph che molto di quel denaro veniva da Goldman Sachs.
Mister Prodi è perseguitato da accuse di aver svenduto patrimoni dello Stato ad amici e alleati politici.
L'affare più discusso è stato la vendita del gruppo alimentare Cirio-Bertolli-De Rica nell'ottobre 1993 alla Fi.Svi, una ditta-guscio.
Che immediatamente vendette il gruppo per 310 miliardi di lire (100 milioni di sterline) a Unilever, di cui Mister Prodi era stato consulente pagato fino a poche settimane prima.
Il Credito Italiano aveva valutato il gruppo tra i 600 e i 900 miliardi di lire.
Goldman Sachs era profondamente implicata in questa transazione.
Un memorandum dell'ufficio di Londra della banca, inviato alla Unilever a Milano in data 24 agosto 1993 e stampigliato «strictly confidential», discute l'affare in lungo e in largo e suggerisce il coinvolgimento di Mister Prodi, cosa che quest'ultimo ha sempre negato.
«La Fi.Svi chiamerà Prodi per avere il suo pieno appoggio nella discussione con Unilever», vi si legge.
Una procuratrice di Roma, Giuseppa Geremia, ne trasse la conclusione, nel novembre 1996, che c'erano indizi sufficienti per incriminare Mister Prodi per conflitto d'interesse.

Ma a quel tempo lui era già primo ministro; l'iniziativa della magistrata suscitò una tempesta.
La signora Geremia ha detto al Telegraph che il suo ufficio fu «visitato» da ignoti.
Il caso fu chiuso nel giro di settimane dai suoi superiori, e lei fu esiliata in Sardegna.
Accuse di malversazione contro figure pubbliche devono essere prese con le molle in Italia, dove le lotte politiche vengono spesso decise per via giudiziaria penale.
«Goldman Sachs è trascinata in questa cosa da politici di destra che mirano a Prodi. E' un processo fatto sui giornali», dice un osservatore.

Beh, che dire?
La notizia circola anche in Italia, caro lettore.
Ne ha parlato Il Giornale, ne ha parlato 24 Ore.
Ma forse non hanno raccontato la faccenda nella limpida prosa britannica.
Fatto sta che l'indagine non ha suscitato tutto quello scandalo, interesse e protesta che avrebbe dovuto e potuto, se - poniamo - ci fosse stato di mezzo il Berlusca.
Il Corriere ha tenuto basso il tutto, e così Repubblica, e così L'Unità.
E come ai bei tempi di Guareschi, quando «L'Unità non lo dice», vuol dire che il fatto non è avvenuto.
Nessuno scandalo verrà mai alla luce: la magistratura veglia.
Come testimoniano quelle poche, interessanti righe sulle disavventure della procuratrice Giuseppa Geremia: gli uffici frugati da ignoti in cerca di documenti da far sparire, il superiore che chiude l'inchiesta in fretta, e «sbatte in Sardegna» la malcapitata.
Molto italiano.
Molto italiota.
Molto «cattolico adulto».

Maurizio Blondet

Fonte:
Ambrose Evans-Pritchard, «Italians claim country run by investment bank», Daily Telegraph, 29 maggio 2007.