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venerdì 13 luglio 2007

Prodi indagato dalla procura di Catanzaro

ROMA - Il premier Romano Prodi è indagato per abuso d'ufficio dalla procura di Catanzaro nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta "loggia di San Marino". L'iscrizione sulla lista degli indagati, per la procura, si tratta di un atto dovuto per permettere al presidente del Consiglio di chiarire i rapporti tra il premier e altri personaggi sotto inchiesta. L'indagine si riferisce a un presunto comitato d'affari tra San Marino e Bruxelles nel quale sarebbero coinvolte delle persone in qualche modo collegabili al premier. Ci sarebbe anche un'utenza telefonica intestata a Prodi alla quale le persone coinvolte si sarebbero più volte collegate. Il premier ha fatto sapere di non aver ricevuto nessun avviso di garanzia.

martedì 10 luglio 2007

Giancarlo Cimoli

Giancarlo Cimoli (Fivizzano, 12 dicembre 1939) è un dirigente d'azienda italianoe un manager che ha ricoperto importanti incarichi in aziende pubbliche..

Laureato in ingegneria chimica nel corso di laurea del Premio Nobel Giulio Natta, al Politecnico di Milano. Inizia la sua attività professionale nel 1966 presso la Sir. Dal 1968 al 1974 lavora per la Snia Viscosa. Nel 1985 è amministratore delegato della Montefibre. Dal 1987 passa al Gruppo Montedison. Dal 1988 è direttore generale del Gruppo Enimont, incarico che lascia nel 1991 per andare a ricoprire il ruolo di amministratore delegato dell'Edison.

Ferrovie dello Stato [modifica]

Nel 1996 il governo Prodi lo sceglie come risanatore delle Ferrovie dello Stato dopo la discutibile gestione di Lorenzo Necci, coinvolto nell'inchiesta mani pulite. Guida il gruppo ferroviario per otto anni procedendo ad uno snellimento del personale ed alla societarizzazione delle varie attività. Durante il suo mandato nascono Trenitalia, Rfi, Grandi Stazioni. Per un breve periodo il Tesoro gli affianca come presidente l'economista Claudio Demattè, ex presidente della Rai e rettore della Luiss, i risultati della sua amministrazione sono deleteri e portano le Ferrovie Italine al disastro economico e ad una totale innefficenza del servizio. Lascia FS nel 2004 con un premio di buona uscita di 6 milioni e 700.000 euro e viene nominato al vertice della compagnia Alitalia.

Alitalia [modifica]

Per il risanamento della compagnia aerea, Cimoli realizza il "Piano industriale 2005-2008", con l'obiettivo di riportare in attivo i conti a partire dal bilancio 2006. Pressato dalla Consob che chiede una gestione trasparente durante l'iter della privatizzazione della compagnia, Cimoli all'inizio 2007 stima in circa 380 milioni di euro il rosso per l'esercizio dell'anno precedente. La gestione Cimoli non piace ai sindacati che hanno chiesto ripetutamente al governo il suo avvicendamento. Nel settembre 2006 il Governo Prodi constata la crisi della compagnia aerea prossima al fallimento a cui la condotta Cimoli, decaduto il consiglio di amministrazione, il Ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa non gli rinnova la fiducia, indicando come nuovo presidente della compagnia Berardino Libonati.

Emolumenti [modifica]

In una compagnia in profondo rosso come Alitalia, particolare scalpore ha destato la retribuzione che Cimoli si è autoattribuita di quasi 3 milioni di euro: uno stipendio considerevolmente più alto di quello dei capiazienda delle altre compagnie europee in utile, 6 volte quello di Air France e il triplo di British Airways.

lunedì 9 luglio 2007

GENERAZIONE DI SCHIAVI

Ho trovato quest'articolo che, se messo sotto una luce diversa da quella che ci fanno vedere, fà realmente capire cosa dobbiamo subire......... SIAMO UN PAESE CON I PADRONI. STIAMO FORMANDO UNA GENERAZIONE DI SCHIAVI PER QUESTI PADRONI, I NOSTRI FIGLI SONO SCHIAVI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
"Fermerò il ritorno dello Stato"
l'ultima sfida del neopresidente "Ho accettato nel nome delle regole e del mercato"
di FEDERICO RAMPINI

"Fermerò il ritorno dello Stato"
l'ultima sfida del neopresidente"
Guido Rossi
"CHE DESTINO: dieci anni fa il governo Prodi mi chiamò per privatizzare la Telecom: ora tocca a me sottrarla a molti pericoli, incluso il rischio di una rinazionalizzazione strisciante". Il professor Guido Rossi passa il sabato chiuso nella sua bella casa milanese davanti al Castello Sforzesco, fra gli scaffali di libri antichi e la collezione di quadri che spazia dal Rinascimento al surrealismo.

Meglio non uscire per evitare l'assedio dei giornalisti e delle televisioni. Nella tranquillità familiare può meditare a sangue freddo sulla nuova sfida che ha accettato di affrontare da venerdì sera. Come sempre, ama osservare le emergenze più acute dall'alto della sua visione sui limiti del nostro sistema economico. Riflette sulla "maledizione del capitalista-manager" che stavolta ha colpito Marco Tronchetti Provera.
Rievoca le discussioni che ebbe con un amico scomparso, Bruno Visentini, sul "capitalismo virile" all'italiana. Sorride della battuta di Berlusconi sul fatto che ci sono troppi Rossi in Italia. Non nasconde però un certo fastidio per il rumore di fondo delle polemiche che già hanno seguito la sua nomina a presidente della Telecom. L'opposizione grida all'incompatibilità degli incarichi perché lui rimane commissario straordinario della Federcalcio.

"Quale incompatibilità? Nessuno spiega dove sia. E forse dimenticano che quando privatizzai Telecom ebbi anche un ruolo di regista nell'altra privatizzazione dell'istituto bancario San Paolo di Torino. Non sarà la prima volta che mi tocca fare più di un mestiere". Uno de compiti urgenti che lo attendono è restituire serenità alla più grande azienda italiana di servizi, far sì che gli uomini della Telecom possano tornare a concentrarsi sulle strategie e sul risanamento dell'azienda dopo mesi di incertezze e di turbamenti. Per ridare serenità al gruppo lo aiuterebbe anche un po' di discrezione da parte del governo.

Invece ecco il ministro Mastella che gli chiede di lasciare la Figc, la sua collega Melandri che reagisce irritata "per non essere stata avvertita prima".
Forse Romano Prodi potrebbe aiutarlo disciplinando il coro, inaugurando una benefica tregua delle grida attorno a una delle ultime grandi aziende italiane.
No, a lasciare l'incarico di commissario straordinario della Figc lui non ci pensa perché sarebbe un tradimento: abbandonare proprio in vista del traguardo un compito a cui si è dedicato con passione.

Qualcuno si era stupito che lui avesse accettato di operare con il suo bisturi anche "calciopoli". Ma in questi mesi di lavoro Guido Rossi ha avuto conferma della sua intuizione: che dietro lo scandalo del calcio c'era una crisi non solo sportiva, c'era un pezzo della pervasiva patologia italiana. E' quello che lui oggi definisce "un intreccio perverso tra affari, sport, informazione, politica". Rifondare il calcio italiano, varare quelle nuove regole che lui annuncerà in tempi brevi, è una riforma che ha un valore simbolico profondo per il paese, tocca un nodo cruciale per la cultura della legalità in larghi strati dell'opinione pubblica nazionale.

Ma l'impresa di rifondare il calcio italiano volge quasi al termine, la seconda missione Telecom invece è appena iniziata.
Accettando l'incarico dal consiglio d'amministrazione venerdì Rossi ha annunciato chiaramente "l'intenzione di svolgere il mandato in continuità con le strategie e gli obiettivi già individuati dal consiglio, proseguire nelle operazioni comunicate al mercato". Quelle parole non significano che Rossi si sia legato le mani in partenza, che abbia accettato di essere un semplice esecutore: non lo è mai stato in vita sua. In quella dichiarazione va sottolineata l'ultima parte. Il rispetto del mercato. E' un dovere con cui il grande giurista milanese si è sempre identificato. E' il paradosso che lo ha visto nel ruolo di critico severo del capitalismo, in nome del mercato.

"Perché il capitalismo crea diseguaglianze, genera monopoli, mentre il mercato favorisce la democrazia economica, nasce dalla forza delle regole, vive di trasparenza". Questo spiega perché, dopo una carriera unica che lo ha già visto padre dell'antitrust e della Consob, salvatore di Ferruzzi-Montedison, Rossi abbia accettato di sobbarcarsi quest'altro fardello. Per il rispetto di un mercato che sul caso-Telecom è stato sconcertato dai polveroni, dalle interferenze politiche, dalla mancanza di visibilità sul futuro dell'azienda.

La prima cosa che Rossi vorrà fare da presidente dell'azienda è vederci chiaro, come sempre. Vorrà capire lo stato esatto dei conti. Vorrà verificare che l'indebitamento sia, come sembra risultare alle banche, un problema sotto controllo e governabile.
Forse nel momento in cui Tronchetti ha accettato di fare un passo indietro ha già rimosso un ostacolo alla fiducia del mercato, e si scoprirà che il gruppo non è affatto un malato incurabile. La vendita della Tim? E' presto per parlarne. Accettando di svolgere il suo mandato "in continuità con le strategie già individuate dal consiglio" Rossi non ha firmato quella vendita della Tim a investitori stranieri che paventa il governo. Le "operazioni già comunicate al mercato" per ora sono la divisione in società distinte della rete fissa e della telefonìa mobile. Rossi non scopre le sue carte con nessuno, deciderà per il bene dell'azienda e dei suoi azionisti.

Forse solo a lui può riuscire il capolavoro: condurre in porto il risanamento dell'impresa, gestirla come una public company (il suo obiettivo originario in occasione della privatizzazione del '97) per il solo fatto di essere lui un garante super partes, notoriamente indipendente. Alla fine, in questo modo toglierebbe un'incognita dall'orizzonte del governo Prodi.

Aiuterebbe anche Tronchetti, che rimane un azionista importante del gruppo e non può che ricavare vantaggi da un risanamento del bilancio. In questa quadratura del cerchio Rossi avrà anche un altro obiettivo, che gli è sempre stato caro: "Fare dell'Italia un paese un po' più europeo". L'Europa è uno dei suoi riferimenti più solidi. Dieci anni fa la privatizzazione Telecom fu anche funzionale a un risanamento della finanza pubblica, fu un'operazione-fiducia nella fase storica dell'aggancio all'euro.

Oggi si tratta di evitare che la Telecom diventi un altro casus belli fra Roma e Bruxelles, un nuovo focolaio di tensione come le Autostrade per i sospetti di protezionismo. Rossi non si stanca mai di denunciare il sottile filo di continuità che lega "l'autarchìa corporativa del fascismo, l'interventismo e l'assistenzialismo dei governi democristiani, la scarsa cultura di mercato della sinistra, il conflitto d'interessi endemico", tutto quello che ha contribuito a imporci un "capitalismo opaco, perciò asfittico, miope e ottuso di fronte alle grandi opportunità della globalizzazione".

Coronando una carriera che non ha eguali, in questa missione Telecom il professore non ha un tornaconto personale. Ormai può permettersi di lavorare solo per la gloria, per lasciare un segno innovatore nella storia del capitalismo italiano. Appena qualche anno fa sembrava volesse dedicarsi soprattutto a educare le nuove generazioni: dopo anni di insegnamento del diritto societario ed europeo, aveva scoperto la vocazione accademica di cimentarsi con la filosofia del diritto, per andare al cuore della questione dei valori.

E' convinto che l'Italia "è davvero migliore di quel che sembri". "In questo paese - dice - ci sono persone di una dedizione magnifica, come Francesco Saverio Borrelli, che ci fanno onore. E continuo a incontrare giovani straordinari, che mi danno speranza". Nella nuova impresa si farà guidare dai suoi principi: "L'amore per lo Stato di diritto, per il senso della legalità, l'avversione contro le interferenze della politica".

(17 settembre 2006)

Svendite

SME: UN GIGANTE CHE ATTIRAVA MOLTI APPETITI Il 19 luglio 1986, una sentenza della prima sezione del tribunale civile di Roma apre il caso. Il contratto per la cessione della Sme, la finanziaria alimentare nelle mani dello Stato, alla Buitoni di Carlo De Benedetti è sostanzialmente nullo. La privatizzazione di uno dei bocconi più appetibili della presenza pubblica nel economia italiana prende un'altra direzione. Quindici mesi prima, il 29 aprile del 1985, l'allora presidente dell'IRI (poi presidente del Consiglio ed attuale presidente della Commissione europea) Romano Prodi e il presidente della Buitoni avevano trovato un accordo: Buitoni acquistava la partecipazione dell'IRI nella Sme per 497 miliardi di lire (256 milioni di euro di allora).
E' un passaggio chiave che conclude un'operazione iniziata da De Benedetti un anno prima. Con un'audace colpo di scena, l'ingegnere dell'Olivetti ha bruciato sul tempo i francesi di BSN Gervais Danone, sicuri si avere l'affare in tasca grazie all'appoggio di Mediobanca, e si è assicurato la Buitoni. Un gruppo la cui situazione finanziaria non è fiorente ma che già a fine '85 metterà a bilancio un attivo di 448 milioni di lire rispetto ai forti passivi del biennio precedente e che conta su un fatturato consolidato di 1176,6 miliardi di lire. Il disegno di De Benedetti è semplice quanto ambizioso: creare un polo alimentare italiano privato, di dimensioni tali da poter rivaleggiare con i grandi concorrenti stranieri, cedendo eventualmente alcuni brand con un abile spezzatino azionario. Buitoni punta la Sme per questo: con 3mila miliardi di lire di fatturato e 18mila dipendenti, Sme controlla marchi di prestigio come Cirio, Motta Alemagna, Bertolli, Charms, Sanagola. Offre accesso al settore alimentare ma anche della distribuzione (GS supermercati) e della ristorazione (Autogrill). Un progetto che non può non ricevere avvallo politico per andare in porto.

SME: UNA PRIVATIZZAZIONE A OSTACOLI
L'accordo Prodi - De Benedetti, tuttavia, contiene una clausola - trappola per l'Ingegnere: l'esecuzione del contratto dipende dall'ok del Cda dell'IRI, che arriva il 7 maggio '86 "salvo l'autorizzazione dell'autorità di governo". Ma il 24 maggio arriva all'IRI un'altra proposta di acquisto della Sme: la presenta l'avv. Italo Scalera, che non rivela il committente, e la cifra offerta è maggiore, 550 miliardi. Appena 3 giorni dopo, il 27, il Comitato Interministeriale per il coordinamento della Politica Industriale delibera a favore della privatizzazione della Sme e detta le condizioni per la sua cessione: garanzia della non alienazione a gruppi stranieri della partecipazione "per un congruo numero di anni", rispetto dei programmi di investimento e dei livelli occupazione definiti dal governo.
Inizia una settimana cruciale per l'avvenire della Sme, che in Borsa viene sospesa a più riprese dalla Consob: dal 29 maggio al 6 giugno l'IRI riceve 3 nuove offerte per la Sme. La prima è della Iar: una società costituita da Barilla, Ferrero, Berlusconi, Conservitalia. La seconda è della Cofima, società di imprenditori campani guidata dal napoletano Fimiani. La terza è della della Lega delle Cooperative. Scalera esce di scena.
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fonte: http://www.rainews24.rai.it/ran24/speciali/irisme/sme_privatizzazione.htm

La faccia tosta di chiamarlo rigore

SENZA PAROLE. Nel 2007 la Camera prevede di spendere 1 miliardo e 53 milioni di euro, più dell’anno scorso dove si erano limitati “solo” a 980 milioni. Certo, mica sono soldi loro. Ma il fatto surreale è che questi dati sotto gli occhi di tutti vengono gabellati agli italiani come un trend che dura da anni tendente al risparmio.

In quest’anno, (ma non doveva essere quello del rigore, presidente Prodi?) tutto aumenta alla Camera: le spese per i deputati in carica (169.180.00 € più 1,54%), per quelli in pensione (132.450.000 € più 2,72%), per i dipendenti in servizio (266.915.000 € più 3,68%), per quelli in pensione (167.495.000 € più 3,85%), per gli spostamenti (12.015.000 € più 31,82%), per non dire poi dell’aumento del numero dei gruppi parlamentari autorizzati da Bertinotti, si proprio quello che difende le ragioni degli umili.
Altro che riduzione dei costi della politica: ci continuano a prendere per imbecilli. Ho avuto recentemente tra le mani un libretto istruttivo, edito da Malatempora (www.malatempora.com), dal titolo “I segreti di Montecitorio”, scritto con lo pseudonimo di Mauss da Maurizio Bassetti, economo della Camera dei Deputati negli anni Novanta. Se fosse vera soltanto una minima parte delle vicende che vengono raccontate, ci sarebbe da restare inorriditi, in quanto sprechi ed illegalità sembrerebbero la regola in uno dei santuari della Repubblica.
Visto che il nostro Parlamento costa, in modo assolutamente ingiustificato, quanto quelli di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna messi insieme, potrebbe essere ora che la Corte Costituzionale rivedesse la propria sentenza del 1981 che confermava l’autonomia contabile di Camera e Senato, perché è chiaro a tutti che non di autonomia si tratta ma di arbitrio allo stato puro. E’ un invito alla Corte dei Conti per avanzare nuovamente una richiesta in tal senso. Anche perché i provvedimenti che si profilano vanno tutti nella stessa direzione. Sembra che per quanto riguarda le pensioni dei nostri “onorevoli” rappresentanti, si cercherà di replicare la truffa del 1997, spacciando per interventi di sana gestione l’irresponsabilità sostanziale. Si prevedono soltanto cose ovvie, rinunce graziose di privilegi feudali che nessuna classe politica al mondo ha avuto l’ardire di prevedere, come l’impossibilità di riscattare gli anni ai fini pensionistici in caso di scioglimento anticipato della legislatura e di cumulare i vitalizi. Praticamente nulla.
Bisogna intervenire su altro. Ed è necessario ricordare ai nostri distratti deputati e senatori che non è possibile che i parlamentari versino 14 milioni di euro per trattamenti pensionistici che ogni anno ne costano invece 187. Il resto, ovviamente, è stato caricato sulle nostre spalle con una legge dello Stato. Per essere governati poi come nei Paesi del quarto e quinto mondo. Bisogna prendere atto che non ci potrà essere alcun senso di ravvedimento da parte degli stessi beneficiari, perché, come ripetiamo da anni su questo giornale, il costo della politica è strutturale al mantenimento di un sistema di potere autoreferenziale costruito dai partiti soltanto per loro stessi. E che sta bene a tutti, senza alcuna differenza. A noi cittadini, la sola libertà di apporre un segno di croce su una scheda. Come gli analfabeti.

fonte: http://www.blogquotidiani.net

Madame Ceausescu in Prodi, e l'Occidente

di Maurizio Blondet
La signora Prodi ha rilasciato un’intervista ad un giornale (non ricordo quale: l’ho colta per radio, nella rassegna-stampa di RAI3), molto addolorata per la rivolta degli italiani contro il centro-sinistra e il governo di suo marito.
E’ che la gente non vuol pagare le tasse, ha detto.
«I cittadini non sanno quanto costano allo Stato per l’istruzione, la sanità…».
Prego notare la mentalità che rivela qui madame Prodi.
Per lei, non sono i politici e i parassiti pubblici che costano ai cittadini; sono i cittadini che costano troppo a loro.
Madame Ceausescu, la consorte e ispiratrice del dittatore rumeno, non avrebbe detto meglio.
Questo genere di lamentela era certo argomento comune tra le signore del Sud schiavista, all’ora del te: «Non sanno quanto ci costano per alloggiarli, nutrirli, mantenerli in salute. Ingrati, questi negri. Appena possono, rubano. O scappano».
Non evoco a caso la memoria di madame Ceausescu: la dittatura rumena è stata l’ultimo esempio di come il sistema comunista - o un sistema statale parassitario chiuso, come quello italiano - sbocchi nel despotismo orientale.
Mentre il suo popolo sfinito moriva di fame e di terrore sotto la polizia politica, Ceausescu si costruiva un palazzo esteso su molti ettari, di complicatissima pianta e inverosimilmente ornato: un palazzo di Cnosso, di stile burocratico-babilonese, affascinante nel suo lussuoso pessimo gusto orientale.
La sede del potere del despota divinizzato.
Il socialismo reale è sboccato, al suo estremo, nel culto del despota: Stalin, Mao in Cina, Kim Il-Sung in Corea del Nord, con complessi rituali di adulazione e di esaltazione a cui erano (sono) obbligate folle de-personalizzate, e soggiogate, «le masse».
Il comunismo è stato una revivescenza - ma spinta all’estremo patologico - di ciò che vi è di «orientale» nell’autocrazia russa di sempre e insieme, nell’«oriente» dispotico, il solo concepibile dai suoi capi ebraici, il Terrore.
Giudeo-bolscevismo, era fin dall’inizio tendente all’Oriente.
Il parassitismo delle burocrazie inadempienti come sistema totale ci sta riducendo ad «orientali» nello stesso senso?
Il tema mi è stato sollecitato da una rivista serba che mi ha intervistato per il mio «Stare con Putin?».
I cortesi giornalisti mi hanno chiesto tra l’altro «Lei è molto critico nei confronti di un regime asiatico, come la Cina. Sfinito il golem americano, saremo nelle mani impietose di un drago-gigante esperto nei commerci? Oppure c’è il motivo di essere ottimisti sperando in una unione eurasiatica futura?».
Ho risposto d’impulso: no, la Cina no. Ma ora sento che devo spiegare meglio agli amici serbi: perché riconosco i loro vasti sogni slavi così grandiosi rispetto alla agra realtà presente, e alle poche forze reali - l’Eurasia, la Russia-Cina come liberatrice e riscattatrice universale! - e vi riconosco l’insidia, che ha già portato a tanti mali ed errori non solo i serbi, ma i russi.
E che mina il nostro futuro e il loro.
Il dramma slavo è sentirsi fra Oriente ed Occidente, mai decisi per l’Europa, e perciò inclini a nutrire il compito epico e fantastico di «unire» l’Europa all’Asia…
Non è un sentimento disprezzabile.
Lo nutrì uno dei genii russi che considero più «necessari» all’Europa, nel senso che l’Europa avrebbe meno luce e coscienza di sè, se non fosse esistito: Dostojevski.
Il grande Dostojevski ha scritto pagine indimenticabili contro la Svizzera: sì, la Svizzera come simbolo ed epitome di un’Europa piccina, col suo «ordine» gretto e la sua gretta pulizia delle strade, le sue perfette istituzioni da bottegai e da contabili.
Coglieva nel segno, anche.
Geniale, Dostojevski deplorò Cavour, perché unificando l’Italia l’aveva ridotta, da centro dello spirito universale, «una media potenza» fra le altre.
Ma nell’intuizione profonda, Dostojevski non capiva - o non accettava di capire - ciò che davvero distingue Oriente da Occidente, l’«Europa» dall’«Asia».
La differenza è radicalmente «politica».
E l’ha espressa bene Ernst Junger (non il mio autore preferito, né così «necessario» come Dostojevski): «In Occidente», dice, «il Principe regna su uomini liberi. Ciò gli pone dei limiti, ma costituisce anche la sua forza. Questa libertà [che] crea una quantità di rapporti delicati e vulnerabili, […] circonda l’Europa di frontiere più solide che le piazzeforti [o la Grande Muraglia cinese, ndr.]. (1)
Il perché s’intuisce, spero: regnando su uomini liberi, il Principe (il potere) si avvantaggia delle energie creatrici, dell’intraprendenza, dinamismo e della inesausta curiosità intellettuale che gli uomini, quando sono liberi, esprimono spontaneamente.
Una grande energia, anche nella difesa, nell’offesa, nella tecnologia. La scoperta dell’America, lo slancio dei grandi navigatori italiani ed iberici, la curiosità di sapere com’è il mondo e di conquistarlo, nacque in Europa da mercanti, avventurieri, coraggiosi o delinquenti ma - tutti - uomini liberi: liberamente al servizio del loro re o imperatore.
Le scoperte tecniche, macchine a vapore, motori, fucili, telegrafo, nacquero dallo stesso spirito.
Nel tardo ottocento, uno studioso cinese che aveva viaggiato in Occidente cercò di spiegare ai suoi conterranei asiatici che la forza dei «diavoli bianchi» non era, come credevano loro, nel brutale materialismo, nella sete dell’oro e nei loro mezzi tecnici strapotenti che si potevano toccare con le mani.
«La vera forza dell’Inghilterra», scrisse, «sta nel fatto che là vi è una mutua simpatia fra governanti e governati». (2)
Questa «mutua simpatia» è qualcosa che non c’era in Cina, e che non c’è nemmeno oggi.
E’ un altro modo di dire che qui, «il Principe regna su uomini liberi»: incoraggia la loro libertà per suo vantaggio anziché reprimerla, e così ne ricava lealtà, la lealtà di uomini liberi nel servire.
Questa «mutua simpatia» non è una forza materiale, dovuta alla sete di profitto: è una forza spirituale.
Il savio cinese riteneva che questa forza venisse dal cristianesimo.
Non aveva abbastanza ragione: l’Occidente della libertà nasce, come sappiamo, in Grecia.
L’esempio della libertà nel servire lo Stato lo dà Socrate: incarcerato ingiustamente, rifiuta di fuggire ed accetta la condanna a morte perché - dice - la città che mi ha reso sicuro da bambino fra le sue mura, non può essere tradita quando mi condanna.
Libero anche davanti al boia, accettato liberamente.
I greci erano così gelosi della loro libertà occidentale da battersi fino alla morte per non diventare persiani: di quel dispotismo orientale - così mite e saggio, in confronto al giudeo-bolscevismo e al despotismo cinese - guardavano con sospetto speciale, come simbolo di servaggio, l’obbligo della proskynesis, della genuflessione di fronte al Gran Re.
Ecco la differenza tra Occidente ed Oriente. Tale differenza è così radicale, da rendersi visibile persino nei sistemi che chiamiamo, tutti insieme alla rinfusa, «totalitari».
Che piaccia o no, i fascismi e perfino il nazismo furono in questo radicalmente diversi dallo stalinismo e dal maoismo.
I primi suscitarono ‘obbedienza’ (e l’entusiasmo) di uomini liberi.
La Gestapo non dovette mai esercitare il terrore, il controllo e il sospetto sull’intera popolazione da sottomettere, come fece la polizia sovietica nelle sue varie incarnazioni, Ghepeù, NKVD, KGB. Poteva occuparsi solo dei nemici politici, una minoranza, mentre il popolo collaborava attivamente (ciò che rimproverano gli ebrei: «i carnefici volontari di Hitler»).
Ciò risparmiava energie - poliziesche, ma non solo.
Hitler non abolì la proprietà privata: ecco un altro indizio e una differenza radicale.
La proprietà privata, gli industriali, collaborarono liberamente alla terribile guerra, perché condividevano la visione e il fine; i chimici inventarono la gomma e la benzina sintetica, gli scienziati studiavano sempre nuovi esplosivi, gli ingegneri pensavano giorno e notte a come risparmiare metalli e materiali rari.
Piaccia o no, questa esplosione di energie creative non è da schiavi spaventati.
Niente di simile a quel che avveniva in URSS (e in Yugoslavia, cari amici serbi): il furto di materiali, lo spreco, il finto-lavoro, l’ozio stracco nelle fabbriche, la trascurata sporcizia delle case che sono dello Stato e perciò di nessuno...
Non è un giudizio di valore, si badi.
E’ un fatto oggettivo.
Per questo il nazismo e il suo «successo» va studiato, per questo - se fu un errore - fu un errore europeo.
Che va accettato come «nostro», e non censurato come un tabù da non avvicinare.
Questo divieto di pensare è già «Asia».
Per questo, cari amici slavi, vi invito all’Occidente.
Perché stare in Oriente significa stare in un sistema debole, che alla lunga mostrerà la sua debolezza: come l’URSS, corazzata ed armata, s’è piegata sotto la sua corazza e s’è dissolta da sé, senza aggressione esterna.
E’ la debolezza del despotismo, anche nella forma umana di autocrazia.
Essa funziona se lo zar è acuto, informato e cosciente dell’interesse nazionale (come Putin) ma funzionerà anche con il prossimo zar?
Bisogna suscitare la lealtà degli uomini liberi, che né i governanti né i governati temano la libertà e la mettano al servizio della causa comune.
E’ questo il problema dell’Asia: la mutua simpatia fra governanti e governati.


Nicolae Ceausescu e la moglie Elena Dice Junger: «Il dispotismo [asiatico] comincia quando le frontiere [della libertà personale, che è tutt’uno con la dignità e inviolabilità personale] non vengono percepite, quando anzi non se ne constata più neppure l’esistenza».
Allora il Principe usa gli uomini come cose, come oggetti.
Prescrive loro minutamente, con ordini, punizioni e divieti, «come» devono fare le cose, anziché additare loro «cosa» si deve fare, come obbiettivo incitante.
Molte energie vanno perdute.
Sprecate.
«Con decreti imposti d’autorità è possibile introdurre certe forme statali, ma non la sostanza giuridica che ne costituisce l’efficacia…lo stesso accade con la tecnica: è facile trasferirne le forme, ma non trasferire i principii di cui esse si informano. In Oriente, la grandezza può manifestarsi attraverso l’arbitrio, mentre in Occidente non può mai esservi associata: l’arbitrio esclude la grandezza o vi imprime una macchia».
Spero comprendiate, amici slavi, che quando vi invito a decidervi per l’Occidente - e spero ardentemente che la Russia scelga l’Occidente - non parlo dall’alto di una qualunque superiorità. Spero sia chiaro che questo invito è rivolto anche a tutti noi, «occidentali» solo per posizione geografica, ma già ogni giorno più «orientali» nel senso politico.
Gli Stati Uniti sono già una potenza asiatica: non solo e non tanto perché hanno affondato le loro armate nel centro dell’Asia, che intendono occupare stabilmente, ma soprattutto perché in patria il regime che ha preso il potere governa con metodi asiatici: la «democrazia» è manovrata e occupata dietro le quinte dalla nota lobby «asiatica» (come gli eunuchi di corte nell’impero ottomano), la stampa americana rinuncia per timore alla libertà - e dunque alla dignità - e non dice più tutta la verità, le libertà personali sono ristrette con la scusa della «lotta al terrorismo», è stato creato un dipartimento della Sicurezza Interna (Homeland Security) che è già il seme della futura Securitate rumena; si incarcerano senza processo stranieri combattenti, si condona o legalizza la tortura.
L’Europa non sta meglio.
Non ci auto-governiamo più: ci adattiamo ad essere amministrati, ossia allevati (come le pecore) da una burocrazia che non abbiamo scelto e che non chiamiamo a rendere conto, da poteri occulti a cui molti di noi collaborano, servili, per la carriera.
Come pecore, ci adattiamo ad essere tosati, abortiti quando secondo il pastore il gregge è troppo numeroso, e presto ad essere macellati (con l’eutanasia) quando siamo troppo vecchi e non più produttivi. In Italia, poi, è peggio.
Non è questione del governo Prodi, un altro sarebbe lo stesso: è il sistema chiuso del regime pubblico parassitario che ci sta mettendo ai ceppi.
Non ci incita alla libertà: al contrario, Visco ci sospetta tutti di essere evasori, e prova ad esercitare un controllo sovietico su ogni nostra attività.
Controlla i nostri conti in banca, e li sequestra se ritiene che non abbiamo pagato le tasse.
Lungi dall’esaltare le nostre energie creative, il sistema ci pone infiniti ostacoli, prescrizioni, obblighi e condizioni punitive al «fare».
Ci prescrive minutamente «come» fare le cose, invece di metterci nelle condizioni di farle ed incitarci all’imprendere, all’inventare, all’esplorare e rischiare in proprio.
Il management per «prescrizioni» minuziose è tipico della statalismo (e del sovietismo asiatico). Inutile dire che è inefficace, e che la forma migliore è il «management by goal», comandare indicando lo «scopo» (goal) che si vuol raggiungere - la «visione» da condividere fra governanti e governati, la sola che suscita le energie creative e le lealtà degli uomini liberi, senza disperdere energie nel controllo asfissiante delle «deviazioni» e delle «evasioni».
Il «managemente by goal» non è modernissimo: lo usarono i re di Aragona e Castiglia, quando lanciarono le nazioni ispaniche nell’impresa comune dell’impero, non con la tracotanza ma con l’invito cordiale: venite anche voi a fare qualcosa di grande insieme - è europeo.
Ancora prima, lo usarono i romani ampliando la cittadinanza e il sistema giuridico a tutti gli «stranieri» di ieri: rileggetevi gli Atti degli Apostoli e constatate, meravigliati, quanto i governatori e proconsoli romani fossero facilmente accessibili, quanto ascoltassero le ragioni di un qualunque Paolo (quando la folla degli ebrei glielo trascinavano davanti esigendo urlanti che fosse punito), quanto si spaventassero a sapere che Paolo era «cittadino romano» e loro l’avevano fatto frustare… perché c’erano evidentemente conseguenze, se un funzionario privava della libertà e dignità un cittadino romano.
Questa è la «cordialità politica».
Quella che manca un po’ agli slavi (e anche ai tedeschi), ma manca ormai anche a noi e ai nostri oppressori che chiamiamo «governanti».
Le conseguenze sono evidenti. Nessuna simpatia fra governanti e governati, in Italia, ma reciproco sospetto e insofferenza.
La libertà soffocata dalle prescrizioni arbitrarie si manifesta in forma patologica: accaparramento, manifestazioni di piazza contro le centrali o le discariche, rabbiose insubordinazioni dappertutto, questa è la «società» italiana, un nugolo di dissociazioni, di secessionismi locali.
Energie creative, manco a parlarne: arretramento generale della ricerca, della cultura, della voglia di lavorare, perchè tanto non si può diventare ricchi onestamente (riflesso sovietico).
Furti di tempo e di materiali.
I nostri giovani si drogano come i coolies cinesi nelle fumerie d’oppio.
Furberie da suk negli uffici pubblici, nelle banche e in Borsa.
La libertà intesa come delitto porta a questo: che si delinque ampiamente e continuamente, nel poco e nel tanto, aggirando e violando le norme idiote come le leggi giuste.
E il peggio è che ci manca il coraggio di far paura a questi parassiti: perché la libertà non richiede solo né tanto intelligenza, richiede coraggio.
Il coraggio della dignità personale.
Il coraggio di difenderla.
Il coraggio delle Termopili, o della rivoluzione dei liberi.
Invece ci lasciamo comandare come schiavi negri.
E madame Ceausescu sposata Prodi può permettersi di lamentarsi di noi: «Non sapete quanto ci costate, per istruirvi, per darvi l’assistenza sanitaria e la pensione…».
Amici slavi, scegliete l’Occidente.
Non pensate alla Cina, come vi tenta un vostro oscuro complesso d’inferiorità, il timore di non saper vivere «sotto norme precise e con metodi esatti», diciamo svizzeri.
Se ci sono riusciti i giapponesi che da asiatici hanno messo sotto i loro samurai per diventare occidentali nell’800, se l’hanno capito parecchi cinesi, come volete non lo capisca il popolo che ci ha dato Tolstoy, Dostojevski, Solgenitsin, per non parlare di Mendeleyev, il genio della chimica?
Tanto più che, come vedete, anche noi non siamo più tanto occidentali, e tendiamo all’«Asia» di Prodi e di Visco, di Bush o di Bruxelles.
Perché ad essere occidentali, bisogna continuamente imparare e reimparare, e spesso si va indietro anche noi verso l’Asia, e tocca ricominciare.
Insomma, serbi e russi, non arrivate a lavoro già fatto: il lavoro è ricominciato, venite anche voi a fare - cordialmente - qualcosa di grande insieme.

giovedì 5 luglio 2007

IL DISASTRO DI UNA NAZIONE

DI GIORGIO MALABARBA
E-Polis

Non si era mai visto che un incontro decisivo tra governo e sindacati per decidere le sorti di un grande gruppo industriale, anzi di uno degli ultimi gioielli di famiglia, la Fincantieri, sia fatto saltare letteralmente all'ultimo minuto e la decisione di privatizzare la cantieristica italiana di avanguardia sia inserita nel Dpef.

E' successo il 28 giugno: sindacalisti esclusi da Palazzo Chigi e Consiglio dei ministri che delibera la quotazione in borsa del gruppo.

E' paradossale poi, date le condizioni di salute di un'impresa che dispone di ben 8 cantieri navali, due sedi di progettazione, un centro di ricerca, una società di sistemistica e una fabbrica di motori per un totale - tra diretti, appalti e indotto - di 25/30mila lavoratori.

Parliamo di 7 anni di risultati economici positivi che hanno prodotto un'accumulazione di riserve senza precedenti, consentendo perfino nuove acquisizioni oltre a dividendi per l'azionista; nessun indebitamento con le banche; un posizionamento competitivo importante nel settore delle navi da crociera; un portafoglio di ordini di 16 miliardi di euro, mai raggiunto in precedenza: Qui non si sta parlando di Alitalia: Eppure la pervicacia con cui il Tesoro persegue la linea di svendita del patrimonio produttivo può spiegare anche perché non si è voluto rilanciare la stessa compagnia di bandiera.

Sostiene un autorevole studioso, come il professor Luciano Gallino, che lasciar scomparire quasi completamente in vent'anni tutti i principali settori industriali non è impresa da poco: occorre essere invasi dalla concezione liberista, tanto ideologica quanto falsa, che la produzione manifatturiera è solo un'appendice fastidiosa della finanza, riducendo così la settima economia del mondo a un nano industriale: Risultato: l'Italia, ad esempio, è uno dei maggiori consumatori di telefonini al mondo, ma non ne produce neanche uno !

L'amministratore delegato di Fincantieri aveva sottoposto la quotazione in borsa a Tremonti, ma è riuscito nel suo intento solo con Padoa Schioppa.
Nonostante scioperi, manifestazioni nazionali, una petizione di massa e alcune, evidentemente solo simboliche, minacce di crisi di governo da parte della "sinistra radicale". Voto unanime al Cdm e sindacati fuori dalla porta. E se l'avesse fatto Berlusconi ?

Giorgio Malabarba (Associazione sinistra critica)
Fonte: http://www.epolismilano.it/

mercoledì 20 giugno 2007

I redditi francescani del Professore

banconote_grandeL’analisi dei redditi dichiarati dai parlamentari italiani è sempre fonte di riflessione sulle alterne vicende della fortuna e sui voleri del fato ed è indicativo, pur con la lente delle statistiche, del rapporto fra ceto politico e popolo elettore. A scorrere l’elenco di nomi e cifre si va incontro, ogni anno, a conferme e sorprese. Si conferma, ad esempio, che Silvio Berlusconi è il primo contribuente in virtù del suo reddito elevato, ci si sorprende che Romano Prodi, premier pro tempore, abbia goduto, nel 2005, di un reddito pari a 89.514 euro, lo stipendio di un buon "quadro" dell’industria (i dirigenti prendono molto di più).

Questa dichiarazione colpisce per la sua eccentricità rispetto alla serie delle entrate elevate registrate, da molti anni, dal professor Romano Prodi: è stato boiardo di Stato, presidente dell’Iri, presidente della Commissione europea, apprezzato consulente con prestigiosi incarichi adeguatamente retribuiti.

In quei difficili dodici mesi, va detto, il Professore non era ancora deputato e non era più presidente della Commissione Ue, ma incuriosisce che il ruscello dei redditi si sia quasi seccato di colpo. I politici italiani, a giudicare dalle dichiarazioni, guadagnano mediamente dai 120 mila ai 200 mila euro l’anno. Il Professore con quel 2005 magro, è sceso sotto la media, il suo reddito è precipitato a meno della metà di quello del suo portavoce Silvio Sircana, che ha denunciato 254.575 euro.

L’elenco dei contribuenti rivela che non mancano nell’Unione gli esponenti che denunciano redditi vicini o superiori al milione di euro, ma che la palma della povertà va a Francesco Caruso, di Rifondazione comunista. Il ribelle per definizione si è dichiarato "nullatenente". Ma di che viveva? Come faceva a seguire raduni e convegni "no global", a spostarsi per raggiungere tutte le città nelle quali i disordini chiamavano? Misteri.

mercoledì 13 giugno 2007

Artisti da circo

Come si fa' a dire questo, ma soli se la cantano? vomito totale!!!!!!!!!!!!!

Prodi: "Intercettazioni campagna pericolosa
totale fiducia verso i politici toccati"

ROMA - ''Pagine intere di giornali e ore di
trasmissioni televisive dedicate alla trascrizione e alla diffusione di intercettazioni telefoniche, che nulla mostrano e dimostrano, rischiano di alimentare un clima di scontro e di disagio verso le istituzioni e la politica che e' inopportuno e pericoloso''. Lo dichiara in una nota il presidente del Consiglio, Romano Prodi.

''Nel ribadire la totale fiducia verso gli esponenti politici toccati da questa sgradevole polemica e sottolineando ancora una volta il rispetto per l'operato dei giudici - continua il premier -, non posso che auspicare la più rigorosa discrezione nel pubblicizzare aspetti privati dei singoli, distinguendo gli atteggiamenti e i comportamenti dai fatti realmente compiuti''.

venerdì 1 giugno 2007

Svendita patrimoni dello stato

Dobbiamo sapere certe cose dai giornali esteri?, mi chiede il lettore che mi manda un articolo del Telegraph, di cui lo ringrazio.
Mi limito a tradurlo, a scanso querele:

«Gli italiani brontolano che è la Goldman Sachs a gestire il loro Paese, come i gesuiti governavano durante la Controriforma (sic).
Il premier Romano Prodi è un ex Goldman Sachs, così come il presidente della Banca Centrale Mario Draghi e il vice-capo del Tesoro Massimo Tononi.

Il prezzo di avere tanti amici a corte è che la celebre banca, inevitabilmente, viene implicata negli scandali finanziari che così spesso turbinano attorno alla classe politica italiana.
Dal mese scorso, Goldman Sachs è trascinata in un'inchiesta per corruzione, che si allarga sempre più, riguardante la fusione Siemens-Italtel e risalente alla metà degli anni '90.
L'indagine è arrivata a lambire in modo imbarazzante Mister Prodi, che è stato nel libro-paga Goldman Sachs dal 1990 al 1993, e poi di nuovo nel 1997 dopo la sua prima prova come primo ministro.
L'inchiesta è solo una delle varie indagini in corso in tutta Europa a proposito di una rete di conti neri, del valore di 400 milioni di euro, usati da Siemens per ungere le ruote.
Gli inquirenti di Bolzano sostengono di aver scoperto un pagamento di Siemens di 10 milioni di marchi tedeschi ad un conto Goldman Sachs a Francoforte nel luglio 1997.
Da qui, il denaro è rimbalzato più volte nel mondo, spedito da Londra e Tokio prima di tornare in Germania in forma di yen, secondo il giornale finanziario Il Sole.
Un funzionario di Goldman Sachs, interrogato all'inizio del mese, ha detto che il pagamento di 10 milioni di marchi è stato fatto per una «terza parte sconosciuta».
La Guardia di Finanza ha perquisito la sede di Milano di Goldman Sachs a febbraio, dove ha sequestrato, fra altre carte, un dossier intitolato «M Tononi/memo-Prodi 02.doc»; ha anche messo le mani su una lettera spedita alla Siemens dall'ufficio francofortese di Goldman Sachs nel 1993, che esponeva un buon affare a riguardo di Italtel.

A quel tempo, Italtel veniva privatizzata dalla «holding company» italiana di Stato, IRI, che Prodi aveva guidato negli anni '80 e che sarebbe tornato a guidare ancora prima di diventare premier nel 1994.
La lettera diceva: la «conoscenza dell'IRI e del suo management» da parte della Goldman Sachs «può essere di estrema importanza in una trattativa. Da marzo 1990 il nostro primo consulente in Italia è il professor Romano Prodi».
Si riferisce che Goldman Sachs si è poi assicurata il lavoro come consulente nella fusione Siemens-Italtel.
La banca ha rifiutato di commentare, sostenendo la confidenzialità della cosa.
«Rigettiamo ogni sospetto di improprietà delle nostre azioni e stiamo cooperando pienamente all'inchiesta con le autorità», dichiara.
La procura di Bolzano dichiara che Prodi non è nel mirino dell'inchiesta, anche se sta esaminando i compensi da lui ricevuti da Goldman Sachs.
Mister Prodi ha ricevuto 1,4 milioni di sterline tra il 1990 e il 1993 attraverso una società di Bologna chiamata «Analisi e Studi Economici», di cui è titolare insieme a sua moglie.
La segretaria della ditta ha poi detto al Daily Telegraph che molto di quel denaro veniva da Goldman Sachs.
Mister Prodi è perseguitato da accuse di aver svenduto patrimoni dello Stato ad amici e alleati politici.
L'affare più discusso è stato la vendita del gruppo alimentare Cirio-Bertolli-De Rica nell'ottobre 1993 alla Fi.Svi, una ditta-guscio.
Che immediatamente vendette il gruppo per 310 miliardi di lire (100 milioni di sterline) a Unilever, di cui Mister Prodi era stato consulente pagato fino a poche settimane prima.
Il Credito Italiano aveva valutato il gruppo tra i 600 e i 900 miliardi di lire.
Goldman Sachs era profondamente implicata in questa transazione.
Un memorandum dell'ufficio di Londra della banca, inviato alla Unilever a Milano in data 24 agosto 1993 e stampigliato «strictly confidential», discute l'affare in lungo e in largo e suggerisce il coinvolgimento di Mister Prodi, cosa che quest'ultimo ha sempre negato.
«La Fi.Svi chiamerà Prodi per avere il suo pieno appoggio nella discussione con Unilever», vi si legge.
Una procuratrice di Roma, Giuseppa Geremia, ne trasse la conclusione, nel novembre 1996, che c'erano indizi sufficienti per incriminare Mister Prodi per conflitto d'interesse.

Ma a quel tempo lui era già primo ministro; l'iniziativa della magistrata suscitò una tempesta.
La signora Geremia ha detto al Telegraph che il suo ufficio fu «visitato» da ignoti.
Il caso fu chiuso nel giro di settimane dai suoi superiori, e lei fu esiliata in Sardegna.
Accuse di malversazione contro figure pubbliche devono essere prese con le molle in Italia, dove le lotte politiche vengono spesso decise per via giudiziaria penale.
«Goldman Sachs è trascinata in questa cosa da politici di destra che mirano a Prodi. E' un processo fatto sui giornali», dice un osservatore.

Beh, che dire?
La notizia circola anche in Italia, caro lettore.
Ne ha parlato Il Giornale, ne ha parlato 24 Ore.
Ma forse non hanno raccontato la faccenda nella limpida prosa britannica.
Fatto sta che l'indagine non ha suscitato tutto quello scandalo, interesse e protesta che avrebbe dovuto e potuto, se - poniamo - ci fosse stato di mezzo il Berlusca.
Il Corriere ha tenuto basso il tutto, e così Repubblica, e così L'Unità.
E come ai bei tempi di Guareschi, quando «L'Unità non lo dice», vuol dire che il fatto non è avvenuto.
Nessuno scandalo verrà mai alla luce: la magistratura veglia.
Come testimoniano quelle poche, interessanti righe sulle disavventure della procuratrice Giuseppa Geremia: gli uffici frugati da ignoti in cerca di documenti da far sparire, il superiore che chiude l'inchiesta in fretta, e «sbatte in Sardegna» la malcapitata.
Molto italiano.
Molto italiota.
Molto «cattolico adulto».

Maurizio Blondet

Fonte:
Ambrose Evans-Pritchard, «Italians claim country run by investment bank», Daily Telegraph, 29 maggio 2007.

giovedì 31 maggio 2007

Amministratori delegati

Giancarlo Cimoli
2 milioni 700 mila euro

Amministratore delegato e presidente di Alitalia ha dichiarato 2 milioni e 700 mila euro senza contare la lauta liquidazione ottenuta dalle Ferrovie dopo il suo passaggio all'Alitalia (intorno ai 6,7 milioni di euro).
Il suo stipendio (si fa per dire) è aumentato in un anno del 23%. Per essere più precisi: dai 2 milioni e 269mila euro annui del 2004 è passato ai 2 milioni e 786mila del 2006 (esattamente quanto guadagnano 210 dipendenti a contratto standard). Se questo non è un manager...

Elio Catania
2,5 milioni

Ex presidente e amministratore delegato di Fs, pare sia stato liquidato con una buonuscita di 7 milioni circa Da notare che sono di 1,3 miliardi le perdite dichiarate dalle Fs per il 2006, mentre nel 2003 l'utile era di 31 milioni

Massimo Sarni
1,296 milioni

Amministratore delegato Poste Italiane, ha uno stipendio di quasi un milione e trecento mila euro.
Negli ultimi quattro anni, alle Poste in pratica è stata cambiata tutta la prima linea dirigenziale con una spesa per le buonuscite di almeno 8 milioni di euro, applicando a quasi tutti la regola del tre, cioè l'equivalente di tre anni di stipendio in cambio delle dimissioni.

Vittorio Grilli
600 mila euro

Ex Ragionerie Generale dello Stato e attualmente Direttore Generale del Tesoro oltre che presidente dell'Istituto Italiano di Tecnologia, denuncia 511 mila euro all'anno guadagnati in Italia e 1 milione e 800 mila euro all'estero

Vincenzo Pozzi
438.000 euro

Ex presidente e amministratore unico dell'Anas, nel 2005 ha dichiarato 438mila euro di reddito.

Corrado Calabrò
440 mila euro

Presidente dell'Authority delle Telecomunicazioni, guadagna 440 mila euro l'anno

Vittorio Crecco
270 mila euro

Direttore generale dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, dichiara 270 mila euro l'anno

Mario Draghi
450 mila euro

Ex Direttore Generale del Tesoro, ora Governatore della Banca d'Italia, dichiara 450 mila euro l'anno

Mario Andrea Guaiana
350 mila euro

Il direttore generale dell'Agenzia delle Dogane guadagna 350 mila euro

Romano Prodi
200 mila euro

La Finanziaria farà anche arrabbiare le opposizioni, ma tra le vittime eccellenti c'è anche lui: il premier. Per effetto dei tagli al 30% degli stipendi dei ministri (presidente del Consiglio e sottosegretari compresi) previsti dalla manovra, Romano Prodi si vedrà decurtare lo stipendio di "ben" 36.901 euro.

Aggiustamenti

chi ha approvato, dal 1996 al 2001, una serie di leggi non previste dal programma di Prodi ma da quello di Previti? L'Ulivo. Chi ha votato col Polo (che allora era minoranza in Parlamento) l'abrogazione del'abuso d'ufficio non patrimoniale, la controriforma dell'articolo 513 che gettava via le dichiarazioni accusatorie di Tangentopoli e Mafiopoli, l'articolo 111 della Costituzione ("giusto processo") che copiava il 513 appena bocciato dalla Corte costituzionale, la legge contro i pentiti di mafia, la depenalizzazione dell'utilizzo di false fatture, la legge sulle indagini difensive che consente lo strapotere degli avvocati prima ancora che venga avviata un'indagine da un magistrato, e così via? L'Ulivo. Chi ha detto che bisognava depenalizzare i reati finanziari? Piero Fassino. Chi ha sollevato il conflitto di attribuzioni fra Parlamento e Tribunale di Milano per mandare a monte i processi a Previti e Berlusconi per corruzione dei giudici? Gli allora presidenti di Camera e Senato, Violante e Mancino. Chi presiedeva la Bicamerale che, a suon di bozze Boato, ledeva l'indipendenza della magistratura ben peggio di quanto non farà la controriforma Castelli dell'ordinamento giudiziario? D'Alema. E chi votò le bozze Boato in Bicamerale? Tutto il Polo e tutti i partiti dell'Ulivo, salvo Rifondazione. E chi salvò Previti e Dell'Utri dal carcere negando l'autorizzazione ai mandati di cattura spiccati dai giudici di Milano e Palermo? Il Polo e un pezzo del centrosinistra. Quando Violante ci avrà gentilmente spiegato quell'incredibile sequela di vergogne, con l'aggiunta della mancata legge antitrust e della mancata legge sul conflitto d'interessi, potrà credibilmente interloquire con Caselli, e con i propri eventuali elettori. Volendo poi esagerare, potrebbe poi tradurre in italiano una frase da lui pronunciata in piena Camera il 28 febbraio 2002, durante il dibattito sulla legge Frattini sul conflitto d'interessi: "Onorevole Anedda, lei sa - chieda conferma agli onorevoli Letta e Berlusconi - che alla caduta del primo governo Berlusconi (dicembre '94, ndr), noi garantimmo che non gli sarebbero state toccate le televisioni". Visto che un mese prima (novembre '94) la Corte costituzionale aveva stabilito che una delle tre reti Fininvest avrebbe dovuto andare su satellite, Violante potrebbe spiegare a quale titolo si impegnò con Berlusconi a violare quella sentenza della Consulta; perchè gli elettori non ne furono avvertiti; e se la promessa era gratis o in cambio di qualcosa.